“L’effetto positivo della collera è che ti allontana dalle malinconie quotidiane,

è come una parentesi di vita in un mare di guai.”

 

 

Nella mia breve esperienza di recensione dei libri che leggo, ho avuto la fortuna di fare anche alcune interviste, e credo che lo scrittore più affermato che ho potuto incontrare a tu per tu, con tanto di interprete e accompagnatore della casa editrice, sia stato Pierre Lemaitre. Era metà settembre 2018, PordenoneLegge, il festival del libro della mia città, e in una stanzetta di un prestigioso palazzo del centro, un lettore qualunque poteva rivolgere le sue domande a un grande della letteratura. L’intervista è finita praticamente subito.
Scherzi a parte, a causa di una mia battuta che mi serviva per vincere la paura dell’ignoranza, la sproporzione dei valori in campo, l’autore mi ha rimbalzato all’istante. La mia ansia però è sparita, non avevo più nulla da perdere (neanche prima a dire il vero).: io mi sono sciolto, e lui ha confermato la sua grandezza.
Ho accolto quindi volentieri la possibilità di leggere il suo nuovo romanzo, e come ci spiega nella premessa, un ritorno dopo molto tempo al giallo, al noir.

Una premessa che io definisco un eccezionale endorsement al romanzo stesso, scritta con lo stesso stile, con una leggera ironia che attraversa tutta la storia.
Parliamo di “Il serpente maiuscolo” pubblicato da Mondadori a gennaio di quest’anno.

Siamo nella Parigi di metà anni ottanta, un mondo per molti aspetti diverso dall’attuale, ma pronto e aperto a grandi cambiamenti. Protagonista di questa curiosa storia è una signora di sessant’anni un po’ sovrappeso, per niente impaurita dalla sua vita solitaria, anzi più che mai desiderosa di rientrare in fretta dalla Normandia quando va a far visita alla figlia e alla sua famiglia. Il romanzo inizia proprio mentre Mathilde rientra nella capitale, e come se dovesse celebrare il suo ritorno, o sfogare il pesante week end familiare, parcheggia la sua Renault 25, accarezza il dalmata che la accompagna, scende dall’auto, gli gira intorno e ammazza l’uomo che incrocia sul controviale. Abbiamo letto cinque pagine e già possediamo diversi elementi che ci rassicurano di avere tra le mani un romanzo interessante, brillante, e anche oscuro. Con analoga rapidità l’autore ci presenta antro la fine del primo capitolo, i cinque personaggi principali attorno ai quali ruoteranno le vicende di cui sarà protagonista indiscussa la nostra Mathilde.

Il meccanismo narrativo è oliato alla perfezione, la scrittura ha un ritmo scandito, è cadenzata, regolare, tutto scorre apparentemente senza intoppi, e le morti si susseguono, senza però uno schema chiaro. Il meccanismo è perfetto anche nel lasciare in giro le briciole di Pollicino. Gli indizi seminati lungo i percorsi di Mathilde, le tracce che nonostante la sua sicurezza e quella dei suoi mandanti, lascia inaspettatamente, ci avvisano che sta per succedere qualcosa d’altro, di più grave di una serie di strani omicidi, slegati l’uno dall’altro agli occhi più superficiali. Il percorso si va gradualmente disvelando, come orientato in una precisa direzione. Sarà così?
L’ispettore Vassiliev, in un lampo incaricato delle indagini, e altrettanto velocemente messo da parte dallo strano commissario Occhipinti, sembra non dar troppo peso allo stile ormai metabolizzato del suo capo, dedicandosi a tutt’altro. E le sorprese non mancheranno.
Pierre Lemaitre mi piace molto perché mentre leggi ti provoca, ti stimola a farti un sacco di domande, a chiederti “Perché?”, e appena giri la pagina, sapendo che ti stai mangiando le unghie perché non comprendi, ecco che ti regala la risposta. Ma non l’ultima, quella finale resterà una sorpresa fino all’ultimo, preservando anche l’amicizia nata tra te lettore e Mathilde, la sessantenne assassina.
Grazie a Pierre Lemaitre per questo suo “vecchio” nuovo lavoro.

 

Claudio Della Pietà