“Penso di conoscere il mio cuore abbastanza bene. Potrei dire a Gesù delle cose che lo lascerebbero sorpreso”.

 

 

Ho qui, davanti al quaderno dove abbozzo le mie recensioni, due libri che ho finito di leggere da pochi giorni, e a poca distanza l’uno dall’altro. Sono poco più di cinquecento pagine messe insieme, e presentano due copertine dai colori molto simili. Che coincidenza! In entrambe prevalgono il rosso ed il nero.

Non si tratta di Stendhal, anche se mi piace molto, ma io come potrei recensire Stendhal? Mi viene da ridere.

Comincio quindi a raccontarvi la lettura di “Una grande, gloriosa sconfitta”, scritto da Josh Ritter, oltre che scrittore grande artista musicale, i cui pezzi hanno accompagnato l’intera mia lettura. NN Editore, e la traduttrice Francesca Pellas permettono a tutti di leggerlo.

Quella della musica che accompagna le mie letture è un’esperienza che faccio spesso o perché come in questo caso l’artista è poliedrico e mi fornisce di suo il materiale, o perché capita che l’autore del romanzo citi un compositore, un cantautore o dei brani specifici. È molto bello. Sembra di essere in questo modo in simbiosi con l’autore stesso mentre scrive il suo romanzo. Musica e letteratura a braccetto: bellissimo.

Eccoci allora a questa GRANDE E GLORIOSA SFORTUNA, tre termini che mai come in questo caso rappresentano, descrivono, traducono al meglio il contenuto, il succo densissimo di una formidabile storia: Grande perché epica; Gloriosa perché carica di intensi sentimenti e legami affettivi; Sfortuna perché la scintilla di tutto ciò che accade è nera, non brillante, accecante, bruciante. È nera, come la sfortuna.

Il protagonista è Weldon Applegate che solo per pochi anni vive con il padre, in uno sperduto paesino dell’Idaho, dove possiede il Terreno Perduto, terreno boschivo ripidissimo, esso stesso personaggio o meglio, vero protagonista della storia. Weldon ne diventa (troppo) presto proprietario, alla morte del padre, che perisce mentre lavora con i compagni nel Terreno Perduto, andando ad arricchire il triste cimitero dei boscaioli alle porte del paese.

“Non ho mai avuto bisogno di soldi perché non ne ho mai spesi. Le cose che mi servono io le ho. Non sono un cazzo di roccia coperta di muschio, però; non è che non abbia delle aspirazioni. Il punto è che per le cose più importanti i soldi non servono a niente”.

Weldon è un bambino quando diventa titolare del terreno, e come immaginerete già, tutti o quasi cercano di approfittarsi di lui, vogliono il terreno, o vogliono ricavarne il più possibile imponendo età, esperienza, brutalità ed arroganza ad un ragazzo impaurito. Ma lui è fatto della sostanza del padre, della saggezza della madre che non c’è ma si fa sentire, e rimane a vivere con una donna che tutti chiamano “la strega”, un personaggio originalissimo, di cui ci si innamora presto. Weldon è giovanissimo ma con tanto orgoglio, è determinato, non molla, e mentre leggi ti carica nel suo zaino invogliandoti o costringendoti a seguirlo verso un destino molto esigente, duro fino alla follia, non certo un ambiente zuccheroso per bambini. E in men che non si dica diventa adulto, e il suo coraggio ti accorgi che ti ha portato con lui al traguardo della vita.

Questa grande e gloriosa sfortuna è una storia incredibile, essenziale, povera, scarna ma esageratamente vera, graffiante, cruda.

Mi è piaciuta tantissimo, spero si comprenda e spero vi venga un pizzico di voglia di leggerla.

Se avete letto qualche mia recensione, concludo sempre con una citazione dal libro, ma questa volta mi arrogo il diritto di metterne una mia, un piccolo pensiero che ho fatto, subito dopo aver chiuso il libro. Non spoilero nulla tranquilli, la storia inizia con Weldon a novantanove anni sul letto di morte, e vi viene anche detto subito chi è il colpevole.

Buona lettura.

 

“Qualche volta, vincono gli indiani”.

 

Claudio Della Pietà