‘Social writer’: si definisce così lo scrittore, giornalista e critico americano Stephen Amidon, firma del tagliente romanzo sull’avidità e sul potere del denaro ‘Il capitale umano’.
Forti temi sociali permeano il suo nuovo scritto ‘La vera Justine’: seduzione e violenza, identità ed ossessione, introspezione psicologica e terapia.
L’Ultima riga ha incontrato l’autore per scoprire qualcosa di più sulla sua narrativa ‘sociale’.

 

‘La vera Justine’: una storia ispirata alla realtà?
A dire il vero è quasi integralmente immaginata. Ad ispirarla è stato una sorta di indovinello, similmente al modus operandi dei filosofi presocratici: ‘Se tutto è una bugia, qualcosa sarà pure realtà’.
Il protagonista si innamora di una bugiarda ‘congenita’ e continua, imperterrito, ad amarla; il problema narrativo sorge, quindi, dalla volontà di comprendere il ragionamento umano, unitamente ad altre tematiche quali la violenza fisica, l’identità, la terapia.

Come gestire la verosimiglianza di Justine, personaggio di per sé inattendibile?
È stato difficile! In origine pensavo di dare voce ai due personaggi, ma un simile sviluppo narrativo si è rivelato troppo dispendioso. Terminata la prima bozza ho capito che non funzionava, soprattutto in termini di credibilità della donna.
Che vi sia riuscito nella veste attuale del romanzo sta ai lettori stabilirlo!

‘Sogno di una notte di mezza estate’ e ‘Sei personaggi in cerca d’autore’: il teatro tra verità e menzogna…
Il concetto di ‘messa in scena’ è fondamentale per la costruzione di un personaggio come Justine, donna ‘congenitamente’ bugiarda e attrice.
Le due opere citate contribuiscono, inoltre, ad elicitare l’introspezione del personaggio, rendendo il lettore consapevole di questo processo creativo. Credo che sia, in effetti, il mio libro più ‘costruito’.

Un’ altra componente distintiva dai romanzi precedenti è la violenza…
Senza dubbio. L’ho scritto mentre insegnavo in un college femminile e molte delle mie brillanti allieve trattavano questo tema. Peraltro, ho tre figlie adolescenti che me ne parlano e con le quali mi devo confrontare.
La vittimizzazione ed il senso di violenza strisciante che ho voluto indagare mi hanno convinto che l’America, benché luogo di benessere, nasconda molti pericoli.
Lo strato di violenza permeante la società nella vita di tutti i giorni e l’attanagliante paura che ne scaturisce sono oggetto anche del nuovo libro cui sto mettendo mano.

Il fotografo Desmond Tracey testimonia diverse violenze, suscitando non empatia bensì repulsione… per quale motivo?
Affascinato dalla fotografia, mi sono da sempre interrogato sul suo potere provocatorio connesso alle denunce sociali.
Tracey usa l’ arte visiva per coinvolgere il pubblico, anche se non è immediatamente meravigliosa. Affronta il racconto della verità attraverso l’imbarazzo o la rabbia, senza saggezza o consolazione. La voce che ha raccontato la storia è, propriamente, sua.

Sullo sfondo troviamo due opposte ambientazioni: la provincia e New York, metropoli dalle infinite opportunità ma da cui i protagonisti scappano…
L’opinione comune americana contrappone i pericoli delle grandi città alla sicura tranquillità dei sobborghi, ignorando quanto possa essere minacciosa l’apparente pacatezza di questi ultimi!
Michael, di fatto,  rivive solo quando va in città e così pure Justine, per sopravvivere, si reca a New York.

Ti definisci uno scrittore ‘sociale’…
In effetti per ciascun libro scelgo un tema che rifletta ciò che contemporaneamente vive l’America (e molte realtà ad essa affini). Sono scevro da influenze letterarie; ammiro altri scrittori ma non li imito, concentrandomi, piuttosto, su differenti temi sociali.
Alla base di questo libro vi è l’idea che, al giorno d’oggi, la verità sia un bene di primo consumo, priva di valore oggettivo, accaparrabile da chi ha più soldi e influenza mediatica.
Justine non ha potere o denaro; la sua storia acquista voce soltanto quando riesce a far parte della logica economica dominante.

Tra le tue esperienze si annovera la critica cinematografica: cosa pensi dell’adattamento cinematografico de ‘Il capitale umano’?
Inizialmente ero terrorizzato. Avevo già affrontato una terribile esperienza con un produttore americano, ma Paolo (Virzì) è stato persuasivo.
La prima volta che ho visto il film sono rimasto fulminato : quando un tema è universale rimane tale, sia sulla carta stampata che su pellicola.
La collaborazione è continuata: sto lavorando con lui a due sceneggiature e le riprese inizieranno questa estate in America…ma non vi anticipo altro!

 

Stephen Amidon è nato a Chicago nel 1959; ha vissuto dodici anni a Londra dove ha lavorato come giornalista culturale e critico cinematografico. Ha pubblicato diversi romanzi e racconti tra cui ‘La città nuova’(2006), ‘Il capitale umano’(2008), dal quale è stato tratto un film per la regia di Paolo Virzì, e Security (2009), tutti editi da Mondadori .

Per curiosità www.stephenamidon.com

 

Alla prossima lettura!

Monica

Condividi

    *