Non ci dilunghiamo troppo su chi è Veronica Roth. E’ la penna dalla quale è nato tutto il mondo della serie Divergent, libri che hanno riscosso un successo mondiale e dai quali è stato tratto l’adattamento cinematografico (attualmente nelle sale il terzo capitolo Allegiant).

 

 

Si è appena concluso il suo primo tour italiano organizzato dalla casa editrice DeAgostini che la pubblica in Italia: grazie a loro l’abbiamo incontrata a Milano, la mattina prima del suo incontro con fan e lettrici. E ha risposto alle nostre domande.

Come è nato il mondo di Divergent?

La prima bozza l’ho scritta all’Università. Durante il primo anno frequentai un corso di psicologia in cui mi avevano parlato che nel trattamento cognitivo-comportamentale dei disturbi d’ansia spesso si utilizzavano per guarire i sintomi la Terapia dell’Esposizione: sostanzialmente, affrontando poco alla volta le tue paure si superavano perché la mente si adattava alla situazione. Era una teoria interessante e veramente funzionava. Considerato che a me è sempre piaciuta la fantascienza e unendo la mia curiosità per questa terapia sono nati gli Intrepidi e il loro metodo di addestramento delle nuove reclute. Da loro è nato tutto il resto.

Quali sono i suoi autori di riferimento nel mondo fantasy?

Il primo libro del genere l’ho letto da giovane ed è The Giver, poi mio padre mi fece leggere Dune ma non l’ho capito in prima battuta, anni dopo l’ho dovuto riprendere in mano. Ho letto la saga di Hunger Games che mi è piaciuta.

Differenze tra la saga dei libri e la trasposizione cinematografica?

Quando sono stati comprati i diritti cinematografici della saga mi sono imposta un approccio più aperto e flessibile possibile per non rimanere delusa. Quando ho notato alcuni dettagli discordanti non è stato facile reagire e continuare a mantenere lo stesso atteggiamento. In generale però è stata una grande emozione, infatti ho cercato di godermi tutto nel migliore dei modi perché per un’autrice la produzione cinematografica della storia è un motivo di orgoglio. Nel dettaglio, il primo film l’ho trovato molto affine al romanzo, il secondo e terzo meno. Ma voglio fare i miei complimenti a tutto il cast.

Trova che la sua sia una saga per giovani etichettata come Young Adult?

La protagonista è un’adolescente –  quindi è facile l’immedesimazione da parte dei giovani – in cerca della sua identità. Ma questa non è una cosa esclusiva degli adolescenti. Per tutta la vita andiamo avanti a capire chi siamo realmente. Quindi è messaggio che può arrivare ad un pubblico vasto. Non credo quindi che Young Adult sia un’etichetta nel mio caso, ma una guida.

 

 

 

E’ stata partecipe del componimento del cast cinematografico?

No, sono solo stata presente al provino di Quattro e la scelta mi è piaciuta molto ed è stato un ottimo lavoro. Devo dire che Erich non assomiglia molto a come è nel romanzo ma trasmette bene il senso di minaccia che in fondo è il suo essere. Avevo in mente attori più vecchi ma nonostante le idee siano state differenti ora dico meno male, perché questo cast ha fatto veramente uno splendido lavoro.

Lei è una scrittrice molto giovane, utilizza i social per rimanere legata a loro?

Sì, li utilizzo anche se ho un sentimento ambivalente per i social: mi piacciono ma a volte mi mettono in difficoltà, sopratutto durante il processo creativo. Anche se sono consapevole che gli scrittori sono sotto gli occhi di tutti, sono troppo immediati ed è complesso rispondere a tutti. Il mio rapporto con i lettori sui social però è speciale, sento vicini anche quelli geograficamente lontani. Poco tempo fa ho fatto un tour nelle scuole e ho incontrato i giovani che sono frequentatori dei social: se aiutano i ragazzi alla lettura ben vengano. Dovremmo leggere tutti di più perché chi legge ha una mente più aperta.

Esiste un messaggio politico in Divergent?

E’ una domanda che mi fanno spesso. Scrivendo per gli Young Adult si pensa che che nel romanzo ci sia sempre un pensiero che li faccia riflettere, un messaggio che li debba guidare. E invece per quanto mi riguarda non c’è un messaggio politico. Penso ai giovani come argilla da modellare e da plasmare ma non da altri ma grazie alle loro esperienze. I miei sono romanzi che trattano di avventure e quindi vorrei che la lettura fosse un intrattenimento piacevole con cui porsi delle domande (dove stiamo andando, cosa facciamo, se continuiamo su questa strada cosa succederà…). Nella saga ho esplorato quali effetti produce nelle persone l’obbligo dell’essere categorizzati.

C’è un personaggio della saga in cui ti rivedi maggiormente?

Non sono nessuno di loro, ma c’è una parte di me in ciascuno. Se però devo scegliere Tobias è quello che rispecchia la parte di me più autentica: fare ragionare le persone ad essere meno impulsive.

Per arrivare ascrivere un romanzo hai fatto un corso di scrittura?

Trovo che sia molto più importante leggere che seguire corsi di scrittura. E’ da quando sono giovane che scrivo tanto e tutti i giorni. Durante il liceo una mia insegnante mi ha incoraggiata ad entrare in un’università che mi avrebbe aiutata a coltivare questa mia propensione. E negli anni ho imparato ad accettare le critiche e consigli.

Hai  delle paure?

Sì fin da bambina. Mi sono sottoposta anche io alla Terapia delle Esposizioni prima di parlarne nella saga. Ho la fobia degli insetti, delle altezze, delle montagne russe. Non vado avanti perché la lista sarebbe troppa lunga.

Come ti sei sentita a chiudere la serie?

Un mix di sensazioni. Non è stato facile chiudere la saga. Mi sono fermata ad un certo punto, avevo capito che il finale non andava e ho cambiato alcune cose. E’ stato un momento difficile ma a distanza di anni sono contenta del risultato e del lavoro.

La bella notizia è che Veronica Roth è al lavoro. E sarà presto nelle librerie.

 

 

 

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