L’antidoto della malinconia

Creato da admin il 02/03/2014

Esiste un rimedio per il male d’amore?
Esiste un antidoto della malinconia?
Sullo sfondo di un Seicento lontano e rarefatto si muovono dei piccoli personaggi, descritti come fossero intagliati nel legno, un presepe di casupole e abitanti: da un lato la bottega dello speziale, maestro Gioseffo, dall’altro i chiusi palazzi nobiliari in cui si consumano tragedie private e guerre pubbliche delle famiglie dei due giovani amanti divisi, Rocco e Matilde. In fondo alla strada l’Accademia dei Pennuti, ritrovo di una provincialissima cerchia di eruditi, capeggiata dal Principe-Aquila; appollaiato sulla collina il monastero di Mondaino che imprigiona i sogni d’amore delle giovani non destinate al matrimonio terreno.
Sono i giorni dell’umor nero che maestro Gioseffo lo speziale cerca di sconfiggere, portando a termine il suo trattato dal nome evocativo “L’antidoto della malinconia”: «Poiché i detti, i proverbi, le curiosità erudite, gli indovinelli e le facezie che ho raccolto potranno – lo spero – diluire il veleno dell’altrui ipocondria, rischiarare le tenebre dell’anima, popolare la solitudine e ammansire la rustichezza».
Non è facile impedirsi di cedere, soprattutto quando si vive una vita solitaria e affannata.
Noi oggi la definiremmo “depressione”, ma ai tempi prima dello Xanax, soltanto una poteva essere la consolazione del derelitto: la scrittura.
Ed è proprio la scrittura stessa “l’antidoto della malinconia”, il rimedio distillato nelle pagine di un libro – fantasma da dedicare al Reverendissimo Cardinale Ondedei (figura sfuggente ma costantemente evocata).

Intrecciata e accomunata a questa storia quella della giovane Matilde, figlioccia di Gioseffo, innamorata del giovane sbagliato, sgradito alla famiglia che la destina al convento senza troppi indugi.
Due esistenze che si consumano nell’indifferenza di chi dall’alto pone e dispone, di quei Grandi che «non vedono e non sentono».

Piero Meldini ci pone di fronte ad un grande affresco di un secolo, ma puntando il dito su alcuni particolari, come per invitarci a partire da lì, a non scordare le piccole esistenze paradigmatiche: come recita il risvolto di copertina Adelphi, presso il quale è stato pubblicato nel 1996, «è riuscito a fare della malinconia sostanza di romanzo. Ed è una specifica malinconia da fine secolo. Che si tratti del Seicento o del nostro non fa grande differenza.»

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