La favola di Natale

Creato da Federica Tronconi il 23/12/2013

C’era una volta un prigioniero… No: c’era una volta un bambino…

Meglio ancora: c’era una volta una Poesia…

Anzi, facciamo così: c’era una volta un bambino che aveva il papà prigioniero.”

Inizia così “La favola di Natale” di Giovannino Guareschi (il creatore di don Camillo e Peppone). Si racconta il viaggio onirico di un bambino che, accompagnato dalla nonna, dal suo cane Flik e da una lucciola, si mette in cammino, la notte della vigilia di Natale, per andare a trovare il padre. Eh già: ma il padre non è mica in un posto facile da raggiungere. È in un campo di concentramento, in Germania. Ci vorrà un viaggio pieno di incontri surreali, attraverso un bosco (dove un gufo spiegherà alla piccola combriccola che sulla Terra esistono il Paese della Pace e il Paese della Guerra, e lì, nel bosco, si incontrano creature di entrambi i Paesi) perché il bambino possa ritrovare il padre, scappato a sua volta dalla prigionia per poter passare la notte di Natale nei sogni della sua famiglia, della sua casa. Il padre in questione non è uno qualsiasi: è l’autore stesso. Nel 1944 Guareschi era internato nel lager di Sandbostel: faceva la Resistenza Bianca, assieme a tanti altri soldati italiani. A casa aveva una moglie e due bambini piccoli: Albertino (il bambino protagonista di questa storia) e Carlotta.

 

Scrisse la favola per il Natale del 1944, ispirato da tre muse: Freddo, Fame e Nostalgia. La scrisse per i suoi compagni di lager, per portare nella loro baracca quel poco di allegria che poteva. Poi, tornato a casa, la completò con le illustrazioni, e nel 1945 venne pubblicata. È dunque una favola che ci arriva da tempi lontani. Sono passati così tanti anni da allora… Eppure resta sempre attuale (sia per la bravura dell’autore, e sia perché noi – noi genere umano – lasciamo un po’ a desiderare in quanto a evoluzione e miglioramenti).

 

 

C’è spazio per il sorriso, per la commozione, per la poesia. E c’è una bella storia (che è merce rara), raccontata con tono lieve. C’è un dolore sottile che attraversa questa favola. E anche un sottofondo polemico-satirico, come dichiara l’autore stesso. I lettori più piccoli non lo coglieranno (ma coglieranno altro), i lettori più grandi… si spera proprio di sì. Pochi potrebbero scrivere una favola che ha come fulcro la prigionia in un lager senza rischiare di scivolare nel melenso oppure di essere poco rispettosi di una fase storica così drammatica. Ma Guareschi ci riesce, perché l’umorismo, l’ironia e la grande umanità di cui riempie da sempre ogni suo libro gli permettono di trattare anche argomenti dolorosi con un tocco tutto suo. Un tocco gentile. È come se ci facesse sentire, intuire quanta sofferenza c’è stata, ma tenendoci sempre un braccio attorno alle spalle. Una nota importante da sottolineare: nella favola, l’incontro tra il bambino e il padre avviene nel bosco. Non nel lager. Perché, parafrasando Guareschi, neppure in sogno i bambini dovrebbero entrare in un lager. Neppure in sogno.

 

Recensione a cura di VANESSA NAVICELLI

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