Terra ignota #2: intervista a Vanni Santoni HG

Creato da Federica Tronconi il 30/10/2013

Vanni Santoni è uno scrittore italiano. È uscito da poco per Mondadori il primo capitolo della sua saga fantasy Terra Ignota. Il risveglio ( qui la recensione a cura di Emanuela Ruggeri https://www.ultimariga.it/portale/?p=3766 ). Abbiamo raggiunto l’autore per parlare con lui del romanzo, dei suoi personaggi, di fantasy e strappargli qualche piccola anticipazione sul seguito di Terra ignota.

 

 

 

 

Dove e quando nasce la tua passione per il genere fantasy?

Da molto lontano. Dall’ ‘86 o ’87, se non ricordo male. Dal giorno in cui mio padre portò a casa una scatola rossa, che conteneva due libri spillati, essi pure rossi e dalla copertina quasi identica, e sei piccoli poliedri platonici, che solo dopo scoprii chiamarsi d4, d6, d8, d10 (lui, a voler essere pignoli, solido platonico non è), d12 e d20. Era la prima edizione italiana di Dungeons & Dragons, e francamente penso che da lì nacque non solo la mia passione per il fantasy, ma anche la mia passione per le narrazioni in generale, anche se quest’ultima l’avrei scoperta solo vent’anni più tardi, e grazie a romanzi del tutto diversi da quelli fantasy. Ci sarebbero voluti altri due anni dall’arrivo della scatola rossa perché trovassi un gruppo per giocare a D&D – anni di attesa che alleviavo a colpi di Librogame, altra passione d’infanzia che probabilmente ha avuto un ruolo nel mio ritrovarmi, oggi, a scrivere Terra ignota, e dei quali mi piace ricordare la serie “Sortilegio” di Steve Jackson, forse l’unica che, al di là del divertimento, aveva anche una sua non trascurabile dignità letteraria – ma da lì in poi è stata una passione che mi ha sempre accompagnato, e con la quale da scrittore, prima o poi, avrei dovuto fare i conti.

 Hai riscontrato delle difficoltà nel corso della stesura del tuo nuovo romanzo?

Scrivere romanzi è sempre complicato. Durante la stesura di Terra ignota le difficoltà sono state molte, anche se con i lavori di In territorio nemico avevo acquisito una capacità di gestione della struttura romanzesca di cui prima ero sprovvisto. Al di là di dubbi importanti, che tuttavia non mi hanno mai lasciato del tutto prostrato, come quello su come impostare e strutturare il sistema magico vigente nel mondo, il primo ostacolo pesante l’ho incontrato nel settembre del 2012: mi ero trasferito per un po’ all’estero, l’idea era di starmene isolato da tutto e tutti e concentrarmi sulla scrittura di questo libro, ma quando mi sono messo al tavolo ho realizzato che ancora la vicenda era troppo poco strutturata, e che bisognava fare un vero e proprio “trattamento” di ogni scena prima di poter attaccare a scrivere con un passo accettabile. Una tragedia, anche perché faceva saltare i tempi che mi ero dato, ma ho dedicato tutti quei giorni lontano da casa a tale compito, lì sommerso di fogli pieni di schemi e diagrammi di flusso, e alla fine me la sono cavata. Chissà, forse l’aver lavorato alla struttura così nel dettaglio ha velocizzato, successivamente, i tempi di scrittura. Un altro momento critico, che però ha dato dei bei frutti, è stato qualche settimana più tardi, quando mi sono reso conto che l’arco narrativo che avevo programmato era troppo semplice e “diretto”. Altra tragedia, ma da questa necessità di arricchimento della trama è sorta tutta la parte che si svolge da Broceliande ai Cinque Picchi, e che oggi è senz’altro tra le più importanti del romanzo, sia a livello simbolico, che per quanto riguarda la formazione della personalità che avrà la Ailis adulta.

 Come è nata l’idea di scrivere ‘Terra ignota’?

L’idea in sé – l’idea di scrivere un fantasy – la devo a Martina Donati, che ai tempi era in Giunti. Un giorno me la buttò là così: “ma come, hai fatto il Dungeon Master per vent’anni, sai scrivere i romanzi e non hai ancora fatto un fantasy?”, e da lì, una sera, quasi per gioco, dopo aver riletto qualche passo di Sandman (mi ero appena comprato l’edizione definitiva, quella in formato enorme), buttai giù qualche pagina. Erano le pagine che oggi costituiscono parte del primo e del secondo capitolo: anche se in versione embrionale, avevo “visto” la triade Ailis-Breu-Vevisa. Le cose per loro sarebbero poi cambiate molto, ma intanto li avevo inquadrati. Potevano esistere. Anzi, esistevano. Via via che andavo avanti, poi, iniziavo a rendermi conto che, per quanto i miei gusti letterari – Signore degli anelli a parte, si capisce – puntassero altrove, il fantasy, attraverso altri medium, era stato una parte cruciale dei miei primi anni di vita. Penso al succitato D&D, alla mia passione infantile per Calvino, alle grandi saghe videoludiche come Ultima (o il diabolico Rogue), al cinema fantastico degli anni ’80, di cui apprezzavo tanto i capolavori come il Conan di Milius e l’Excalibur di Boorman quanto le cose più alla buona come Highlander, Ladyhawke o Willow, fino a quei veri e propri feuilleton fantastici che erano cartoni animati come Ken il guerriero, il primo Dragon Ball, Conan il ragazzo del futuro, I cavalieri dello zodiaco…

 

 

 

 

 C’è un personaggio a cui sei più legato e perché?

Mi sa che voglio molto bene a Åydric Reinhare. Doveva essere un figlio di puttana – anzi peggio: un pezzo di merda – assurdo, e del resto il rimando a certe abiette figure storiche è chiaro fin dal nome e dall’estetica. Invece è venuto fuori un figo. Pure simpatico, mannaggia a lui. Ora che mi ci fai pensare, però, va detto che in media voglio più bene ai personaggi di Terra ignota rispetto a quelli – e sì che sovente sono ispirati ai miei amici, a me stesso, alle persone che ho amato – delle mie narrazioni realistiche, forse per il fatto che il fantastico attinge da corde più profonde e infantili, o forse perché è (anche) terra di idealizzazioni. Difficile scegliere tra Ailis, Brigid, Lorlei, Vevisa, Morigan: le amo tutte.

 Parlaci di Ailis. Come la descriveresti?

A una presentazione qualcuno ha detto che è “una contadinotta”. A un’altra è stato detto invece che sarebbe “Astarte da piccola” (“Portrait of the goddess as a young girl,” ha chiosato qualcun altro). In una recensione, invece, hanno scritto che sarebbe discendente diretta dell’Alice di Carroll (e certo il nome viene da lì). Ecco, se davvero fosse una sintesi di queste tre cose, io sarei molto molto molto elice.

 Stai già lavorando al secondo volume della saga? Puoi darci qualche piccolissima anticipazione?

Sì, è in lavorazione. Per quanto il primo volume di Terra ignota sia autoconclusivo, è chiaro che alcuni “ami” narrativi rimandano ai prossimi volumi – penso al personaggio di Morigan, per ora solo intravisto; penso al rapporto Vevisa-H.H.; penso agli sviluppi stessi di quella specie di crociata che il Cerchio d’Acciaio sta avviando verso oriente, al simbolo stesso delle Tre Lepri… – ma non voglio fare “spoiler”. Posso dire che il passo del romanzo cambierà: se questo primo volume è per lo più scritto dal punto di vista di Ailis, e anzi nel seguire le sue peripezie è un vero e proprio Bildungsroman fantastico, nel prossimo aprirò a vari punti di vista, sicuramente quelli di tutte e quattro le “figlie del rito”, ma anche di personaggi più marginali, e la narrazione, via via che la portata degli eventi guadagnerà in ampiezza, andrà, credo, verso un respiro più epico.

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