Il nome della madre

Creato da Claudio Della Pietà il 30/05/2020

Il cucciolo tiene la schiena bassa, la pancia raso terra, il muso ad annusare l’aria limpida,

le zampe a muoversi in maniera goffa e scoordinata, un bambino che prova a comportarsi da adulto.

 

In questa nuova recensione parliamo del secondo romanzo di Roberto Camurri, Il nome della madre, pubblicato come il primo dalla casa editrice NN, della quale, quando leggo i libri che pubblica, ho sempre in mente i volti che lavorano dietro e dentro a quei libri. Bravi tutti.

Ho già letto il romanzo di Roberto, l’ho letto presto, ed ora sono un po’ triste perchè l’ho già finito. A chi ama i libri e le storie capita spesso. Se pensi quindi di rispettare il detto non c’è due senza tre, il prossimo faccelo pure aspettare un po’ di più, ma deve essere almeno di 300/350 pagine, caro Roberto.

La storia narrata in questo romanzo è ambientata in buona parte a Fabbrico, che chi conosce l’autore già conosce anche il paese, in un arco di tempo che non è troppo importante, e coinvolge numerosi personaggi legati da vincoli affettivi e familari.

Volendo essere più precisi le storie principali sono due, due storie che sono come due membri di una staffetta che si passano gradualmente, in quel breve ma importantissimo tratto ben delimitato della pista, il testimone.

Ettore è il papà di Pietro, figlio che fin da piccolissimo il padre è costretto a crescere da solo, senza la presenza della madre.

L’autore ci mostra una serie di diapositive della vita di quest’uomo e di suo figlio, e ci fa notare in queste immagini di vita quotidiana, mille e più dettagli che portano il lettore a casa di Ettore, nella cameretta di Pietro, al parco, lungo il Po’, a casa dei nonni materni Ester e Livio, a scuola, e via via crescendo d’età al bar e all’università, alle feste. Le descrizioni di luoghi, colori, odori, rumori sono eccezionali, si possono letteralmente gustare particolari bellissimi.

Ve ne riporto uno solo che mi ha commosso: …il bambino sa che si aspettano che lui faccia qualcosa… e allora, mordendosi l’interno della bocca

Il testimone come già detto passa, Pietro diventa adulto, e se quand’era più piccolo poteva essere “aiutato”  a  sviare i pensieri sull’assenza della madre e la voglia matta probabilmente di fare domande, ora non è più così. E avviandosi a costruire una sua personale vita di relazione con una persona dell’altro sesso, Miriam, il desiderio di comprendere che senso ha tutto quello che vive si fa sempre più pressante e necessario. E qui emerge a mio modesto parere la chiave del romanzo, il cuore, la bellezza di questa grande prova di maturità dello scrittore Roberto Camurri.

Chissà quanto rabbia abita in Ettore e Pietro, quanto spinge e avrà spinto negli anni per uscire fuori, quanto sarà stata viceversa spinta giù, da persone, fatti e situazioni, per non dare scandalo, per fingere che “va e andrà, tutto bene”, ma l’autore narra, scrive, in un modo che porta oltre la rabbia. Questo “andare oltre” è la vera svolta di questo romanzo, ed è viva e reale in due personaggi che mi sembrano i più riusciti del romanzo, Ester e Livio.

E riuscitissima è anche la scelta dei nomi, anch’essi contribuiscono a rendere la storia più concreta, a portare il lettore all’interno della storia stessa.

Sempre in tema di scrittura, grazie anche alle belle e precise descrizioni di cui dicevo prima, leggendo  Il nome della madresi entra in una dimensione quasi di incanto, di contemplazione, di meraviglia perenne, si sta a bocca aperta dall’inizio alla fine, pur se non accadono fatti di particolare drammaticità o euforia. No. Si narra la meraviglia della vita quotidiana, una vita caratterizzata in questo caso da una mancanza, da un vuoto enorme.

Come tutti i vuoti, o lo riempi, o devi stare attento a non caderci dentro.

Puoi girarci al largo (ma per sempre?), o devi prenderne coscienza, devi “elaborare il lutto”, espressione che va molto di moda.

Roberto Camurri non offre soluzioni da supermercato, ci racconta una storia, lo  fa bene, e io vi invito a leggerla possibilmente tutta d’un fiato.

Grazie Roberto, e buona lettura a tutti.

Claudio Della Pietà

 

 

Ester ci pensa, ogni tanto, a quello di cui sono capaci i bambini, al potere che hanno,

pensa a come si sentono dentro un mondo dominato dagli adulti, sballottati nelle loro insicurezze.

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