L’apprendista di Gian Mario Villata

Creato da Claudio Della Pietà il 07/04/2020

“Non è così che vanno le cose? Uno crede che l’altro creda che lui abbia creduto…quante volte va in questo modo?”

 

 

Nei primi mesi di quest’anno ho letto una serie di libri scritti da veri e propri cantastorie, figure che amo moltissimo, autori che scrivono con la stessa passione con cui raccontano oralmente, narratori molto legati alla loro storia personale e ai luoghi in cui è maturata e continua a svolgersi, narratori di storie relativamente contemporanee.

Uno di questi è Gian Mario Villalta che ha scritto L’APPRENDISTA, recentemente pubblicato da SEM Edizioni.

Gian Mario Villalta fa tante cose, pensate che abita a pochi passi dalla mia casa natale, in provincia di Pordenone, e io purtroppo lo conosciuto da non molto tempo, come succede tante volte con opere d’arte e monumenti che hai fuori di casa, ma vai a visitarli a trenta o quarant’anni.

Fa tanto dicevo, è poeta, scrittore, direttore artistico di Pordenonelegge e tanto altro ancora, e soprattutto è una persona stupenda, preparata e sempre disponibile, sempre capace della parola giusta.

Passeggiando in Corso Vittorio Emanuele nelle giornate di Pordenonelegge 2019, mi annunciò l’uscita di questo nuovo romanzo, dicendomi che mi ci sarei ritrovato, in primis per i luoghi dove l’aveva ambientato. E così è stato.

L’APPRENDISTA è la storia di due uomini che si svolge sostanzialmente fuori dalle porte di casa mia, in Friuli. É la storia di un’amicizia con caratteristiche singolari, è la storia della nascita e dello sviluppo di questo rapporto, all’inizio invisibile embrione di una realtà destinata,con piccole grandi fatiche a maturare un risultato straordinario.

Le piccole grandi fatiche sono  atti di fiducia, uno sull’altro a formare una struttura portante nella costruzione di un rapporto interpersonale, che potrebbe sembrare facilissimo da realizzare perché si manifesta tra le solidissime mura  della sacrestia di una chiesa.

Lì dentro, Fredi sacrestano ufficiale della parrocchia, e Tilio, apprendista nello stesso ruolo, si incontrano quotidianamente, passano quasi tutta la giornata insieme, nello svolgimento di tutte le attività di gestione della struttura e degli eventi che vi si celebrano.

Come per tanti rapporti umani, forse la maggior parte, l’inizio è faticoso, la diffidenza reciproca è padrona, Tilio non sa se essere più umile o più proattivo, Fredi ha sostanzialmente paura di perdere il posto, anche se dentro di sé, ma molto nel profondo, è consapevole che di un po’ di aiuto ha bisogno. Perciò, oltre ai quotidiani atti di fiducia il rapporto umano in costruzione  di cui l’autore ci racconta necessita di molti altri elementi, pazienza, spirito di sacrifico, sopportazione, capacità di ascolto, curiosità, stando bene attenti ad eliminare dagli interstizi la gramigna della diffidenza.

Si susseguono quindi le giornate, i riti, le cerimonie, le pulizie della chiesa, e anche qualche pettegolezzo ma davvero pochi. Anzi, ben presto nelle pause pranzo che i due fanno sempre insieme in sacrestia, il dialogo fra loro si fa sempre più profondo e affronta, magari partendo da lontano argomenti sempre più tosti. Il carburante di questo dialogo è infinito, è la storia che Tilio racconta a Fredi della sua vita, e viceversa quella dove Fredi racconta di sé a Tilio, due storie naturalmente diverse, ma che avvicinandosi gradualmente all’oggi del romanzo, diventano molto simili.

Le storie di due solitudini. É singolare che ad un’amicizia fra due persone faccia da collante la rispettiva solitudine. Ma è così. Condividendo le loro fatiche, anche la fatica mal dissimulata delle rispettive solitudini, Tilio e Fredi piano piano le spazzano via come la polvere e lo sporco dai pavimenti della chiesa.

Il ruolo dell’apprendista sacrestano è stato assegnato a Tilio, ma via via che si girano le pagine, appare evidente che entrambe, e tutti noi, siamo e saremo sempre apprendisti della vita, ruolo per il quale è essenziale, determinante, necessario un atteggiamento di fondo di umiltà, disponibilità all’ascolto, all’apprendimento, e contemporaneamente disponibilità a darsi agli altri, a mettersi in gioco. Uno scambio reciproco per un reciproco arricchimento.

Ho appena usato il termine essenziale, ed è il primo termine che mi sono segnato all’inizio della lettura di questo romanzo, che è tutto essenziale.

Anche l’oggetto libro è essenziale. Niente introduzioni, citazioni, prefazioni, epiloghi o indici finali.

Solo la storia, una storia scritta con lo stile essenziale e riconoscibile di Gian Mario Villalta.

Grazie a SEM e a Gian Mario, e buona lettura a tutti.

 

Claudio Della Pietà

 

“C’è chi torna sempre a casa e chi scappa sempre via. Io sono scappato. Però la casa è sempre quella. Nessuno se ne libera.”

 

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