L’estate del mirto selvatico: intervista a Gian Luca Campagna

Creato da Federica Tronconi il 07/11/2019

“Il profumo dell’ultimo tango è un modo di vivere,

di abbraciare i colori della notte, stringere i fianchi della donna che ami,

di sussurarle che la vita è una milonga di passi avanti e indietro, sempre insieme”.

Lo scrittore e giornalista Gian Luca Campagna torna in libreria con il suo nuovo noir per Fratelli Frilli, L’estate del mirto selvatico.

Le stagioni della vita ti aggrediscono a tradimento, ti ghermiscono l’anima e cancellano la nostalgia dei ricordi. Federico Canestri, scrittore in crisi con la moglie e in difficoltà creativa, è chiuso in una bolla indolente nel suo appartamento di Roma, finché apprende dal web che in una cavità del monte Circeo è stato ritrovato uno scheletro di un adolescente. Federico forse sa di chi sono quei resti. È lì che affiorano i ricordi su quell’estate che ti cambia, che appartiene a quel periodo dell’adolescenza in cui scopri l’amore, l’invidia, la gelosia, i tradimenti. È l’estate in cui sulle spiagge di Sabaudia la banda dei buoni, guidata da lui, detto Barabba, insieme allo sbruffone Hollywood, al timido Tasso Mannaro, alla bella Camicetta e all’impacciato Dracula, si fronteggia con la banda dei bulli, capeggiata dall’arrogante Hammer, i rissosi Crisantemo, Kamikaze e Moscarda, più le disinibite Mantide e Raffa. Federico deciderà di tornare all’ombra del Circeo per affrontare finalmente il passato, la misteriosa scomparsa di Dracula, il rapporto conflittuale col padre, la vita felice vissuta con Veronica, cercando decisive risposte nel presente. Ma chi erano veramente i suoi amici? E il padre? E lui? Lui è veramente chi crede di essere? In un doppio percorso temporale e narrativo Federico cercherà di scovare gli amici e i nemici di quell’estate che lo ha cambiato per sempre, per scoprire in un perverso gioco di verità, reticenze e bugie cosa è accaduto in quella tragica notte del 3 luglio 1990.

Abbiamo raggiunto l’autore per fargli qualche domanda di approfondimento sulle tematiche del romanzo.

 

La storia è ambientata in estate: che rapporto hai con questa stagione? C’è un motivo per cui l’hai scelta?

Ogni mio romanzo ha di solito una colonna sonora, un po’ perchè appartiene per caratteristiche a quel tipo di architettura narrativa che creo, un po’ perché mi accompagna nella vita reale di quel momento, che alla fine poi è la stessa cosa perché un vero romanzo deve specchiarsi nella vita e la vita deve riflettere il romanzo. L’estate in questo romanzo è doppia: c’è quella viva e fulgida dell’adolescenza, a luglio, col suo sole caldo e le sue acerbe ma autentiche passioni, con i sogni ancora tutti da ideare e costruire, ma poi c’è anche quella della maturità, che non a caso cade a ottobre, dove stenta ad avviarsi l’autunno per via di un tepore e di uno scirocco persistenti, stante a significare che l’estate è sempre dentro di noi. In tutta la stesura del romanzo mi hanno accompagnato le parole della canzone ‘L’ètè indien’ di Joe Dassin, un grande cantautore franco canadese, che trovo particolarmente calzanti per l’intero romanzo, che per certi versi celebra il divorzio dell’uomo dall’amore.

Ci descriveresti il protagonista, Federico Canestri?

Federico Canestri decide a un certo punto della sua vita di uscire dalla sua bolla borghese e di affrontare la vita col coraggio della verità, che è quella che ti rende libero, scevro da legami e lacciuoli che ti fissano alle convenzioni sociali più omologate. Sbatte contro il classico punto critico, vale a dire quello per cui se una farfalla incidenta su un baobab alle falde del Kilimangiaro c’è un terremoto in Agro Pontino: nel romanzo viene ritrovato uno scheletro di un adolescente in una cavità montana e, complice la situazione precaria negli affetti e professionale che vive, decide di mollare gli ormeggi dell’ipocrisia e di non fare più sconti a nessuno, nemmeno a se stesso. All’inizio è un personaggio indolente, sono quasi gli eventi che lo travolgono e lo conducono al giorno successivo, poi in modo volitivo e anche spregiudicato decide che sarà lui a dettare i tempi e i modi della sua vita e della sua ricerca della verità. Demolisce ogni barriera, da quella dell’amore a quella degli affetti, come se fosse finalmente libero, perché la verità rende forti e non conosce certo rimpianti e nostalgie.

 

 

Ha qualcosa di te il protagonista?

I romanzi sono delle biografie collettive, che abbracciano un altro rito collettivo, quello delle esperienze comuni. Lo scrittore è il collante di tutte queste storie, di tutte queste emozioni, di tutti questi personaggi. I miei personaggi possiedono tutti un pezzo di me, guai se non fosse così, non li sentirei miei, vivono in me non soltanto per le mie proiezioni emotive ma anche nei ricordi, negli aneddoti altrui, nei miei slanci futuri, nelle mie fantasie, alla fine sono il risultato del mio background elevato all’ennesima potenza. Spesso dico che lo scrittore per essere tale deve vestire i panni del ladro e del bugiardo: carpire dagli altri per trasformare, come un Demiurgo. Solo così si potrà essere credibili, descrivendo personaggi di carne e sangue piuttosto che di carta e inchiostro. Federico di me, e io di lui, ha questa profonda preclusione alla menzogna e all’ipocrisia, e poi questo senso dell’ironia -che lui però spesso trasforma in sarcasmo- è uno dei miei marchi di fabbrica. L’ironia per me è tanto, calcola che mi perculo da solo, non mi prendo mai sul serio, cerco sempre di sdrammatizzare e ridere di me, anche perché, cinicamente, resto convinto che la vita sia una grande farsa.

Quanto contano amore e amicizia nella vita di un uomo?

Se svuoti del suo significato amore e amicizia nella vita resta ben poco, come se le vesti andassero in giro senza un corpo che le indossa. Sono concetti che abbracciano quel vecchio pensiero filosofico di Voltaire, dove soltanto chi è leale può vantarsi di avere amici, e non complici, opportunisti o cortigiani affianco. Certo, anche amicizia e amore hanno una fine, talvolta in modo traumatico, così si passa spesso da un giuramento a un tradimento. E da lì nulla potrà più essere come prima. Difficile quando si tradisce un amore e un’amicizia vere che possa esistere il perdono, resta un vago senso di giustizia e di vendetta, che poi è quel filo nient’affatto invisibile che lega i vari quadri del romanzo ‘L’estate del mirto selvatico’.  Federico va alla ricerca delle tante verità nascoste nella sua vita, le cerca, le trova, talvolta è la verità che scova lui, poi però deve decidere tra perdono, giustizia e vendetta.

 Circeo e Sabaudia: cosa hanno questi posti di particolare?

Una protagonista del romanzo dice che l’ottavo giorno Dio, quando riprese la creazione, ideò il Circeo. Mi piace molto come concetto, rende merito a un territorio che raccoglie in un microcosmo un patrimonio di bellezze uniche, trasformato in una sorta di Eden. Ma come tutti i paradisi però esiste un serpente e una Eva, quindi dall’eterno conflitto tra Bene e Male alla presenza della femme fatale, perché la Bibbia resta uno dei più grandi canovacci noir. Comunque, quando guardi il territorio del Circeo ti si spalancano occhi e anima, il mix di macchia mediterranea, dune sabbiose, mare e laghi salmastri oltre alla suggestione del monte della Maga Circe rendono questa terra favolosa, a cui poi si aggiungono tramonti screziati di porpora e indaco più tonalità salmonate. Uno spettacolo non adatto ai deboli di cuore, credetemi.

 Quanto spazio occupa la menzogna nelle vite di ciascuno di noi?

Risponderò a questa domanda dicendoti la verità a costo di mentire. A parte gli scherzi, tutti i protagonisti dei miei romanzi sono uniti dal filo sottile della ricerca ontologica, leali come Voltaire comanda. In ‘Finis terrae’ il giornalista Angelo Corelli indaga su un fatto di cronaca nera ma che sa legato a grandi interessi criminali e industriali, che si ripercuoteranno su un territorio, che è la classica provincia italiana, lui si ostina a scavare nel torbido della società benpensante e borghese dopo un omicidio di un prete a capo di un comitato ambientalista per arrivare a più verità scomode. Però, alla fine, lascia a Dio il compito di giudicare. Ne ‘Il profumo dell’ultimo tango’ il detective Josè Cavalcanti è investito dalla tragedia della Storia, la sua ricerca ontologica è universale, tracciata verso i drammi dei familiari dei desaparecidos, fotografando una delle pagine più vergognose del Novecento, come le malefatte della junta militar argentina in combutta con la Cia, dove si calpestano i più elementari diritti umani confezionando uno spaventoso genocidio tra fratelli. Sia Corelli che Cavalcanti sono contro la menzogna, non la tollerano, come non la sopporta più Federico Canestri, protagonista de ‘L’estate del mirto selvatico’. Lui però a differenza degli altri due si muove per scavare la verità per un fatto più intimo, personale, a tratti direi egoistico, capire che fine ha fatto venticinque anni prima il suo amico, cercando la verità anche dentro di lui, frantumando il suo fragile mondo, scardinando l’amore per l’ex moglie e per il padre. Se me lo concedi, uno dei miei capisaldi narrativi resta la frase di Bertold Brecht ‘Chi non conosce la verità è un ingenuo, ma chi la conosce e la chiama bugia è un criminale’: da qui parte la mia narrativa, perchè lo scrittore deve avere sempre un ruolo sociale e racchiude una responsabilità civile autentica, se lui sa che denunci, non è importante che lo faccia con lo strumento del giornalismo o della narrativa, l’importante è che agisca con la sua arte, che instilli i dubbi, che mini le certezze, che infine demolisca i falsi feticci che possediamo. Da lì poi non possiamo più sussurrare che noi non sapevamo. L’arte della menzogna o della mistificazione appartiene alla natura dell’uomo, debellarla è pura utopia, ma va contrastata, combattuta col suo opposto. Citando ancora la Bibbia, il serpente inganna Eva, che a sua volta gabba Adamo, se questo non è il gioco delle non verità…

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