I silenzi di Roma: intervista a Luana Troncanetti

Creato da Federica Tronconi il 18/10/2019

Fratelli Frilli Editori propone in libreria un noir ambientato a Roma e e firmato da Luana Troncanetti, I silenzi di Roma.

 

Ernesto vive un rapporto ormai logoro con la moglie depressa, il suo taxi è teatro di storie che si intrecciano a un delitto nella Roma “bene”. La vittima è uno scultore di fama internazionale, pochissimi avevano accesso all’appartamento dove viene ritrovato cadavere e nessuno ha un movente valido per torturarlo a morte.L’ispettore Paolo Proietti, a capo dell’indagine, intuisce che sta per sollevare un verminaio. La verità lo lascerà schifato, esausto e fragile come mai un poliziotto dovrebbe sentirsi. É un malessere che conosce fin troppo bene, lo rivive negli incubi che lo angosciano a quattordici anni di distanza da un caso in cui si è lasciato coinvolgere troppo. Ernesto e Paolo sono fratelli senza un filamento di DNA in comune, condividono tutto fin dal giorno in cui si sono incontrati sui banchi delle scuole superiori. Tutto, tranne un segreto che ciascuno nasconde all’altro: il poliziotto per non giocarsi il distintivo, il tassista perché è impossibile confessare al suo amico cosa lo torturi da giorni. Il silenzio viaggia nel mondo degli artisti malati, viziati e viziosi, e in quello dei ricordi che fanno male da morire, nella paura di non essere più abbastanza o di non averci provato a sufficienza, protegge i mostri e offende gli innocenti. Si spezzerà, poi, nella voce di una giustizia sommaria che non regala pace o reale assoluzione dai peccati, ma dignità a quanti sono costretti a macchiarsi le mani di sangue.

 

Abbiamo raggiunto la scrittrice per approfondire i temi del suo nuovo romanzo.

 

 

Quale prezzo ha la verità?         

Il dazio è una vita meno comoda. Dire la verità, persino nell’ambito di contesti banali, ci spoglia di maschere confortevoli. Ci mette a nudo, pochi hanno il fegato di mostrare la propria pelle. L’alieno che riesce a essere cristallino, nei limiti del rispetto e della civile convivenza, è destinato a stazionare su un pianeta a parte. Viene accusato di arroganza, soprattutto se manifesta dissenso su qualcosa di universamente osannato. Tacciato di snobismo quando, per onestà intellettuale o semplicemente per carattere, mantiene un registro più pacato nell’esprimere pareri o nel concedere amicizia istantanea. Incensare le persone è una pratica comune e redditizia. Sbrigativa, acuita dalla superficialità dei social network. Chiunque sappia discostarsi dalla massa paga il prezzo dell’isolamento. Prezzo, poi… Dipende da chi ti isola e perché. Il silenzio è un ottimo alleato della menzogna. Aiuta a prendere tempo, facilita la fuga. Personalmente, accolgo di buon grado la sincerità. E voglio che arrivi senza tentennamenti, possibilmente con un contorno di motivazioni. Detesto le situazioni fumose, le attese cariche di speranze indotte, i “sì” utili a rimandare una questione o a farci apparire più disponibili e “buoni”. La maschera cade, prima o poi. A pagare il prezzo delle verità procrastinate sono le vittime dei silenzi. Indorare una realtà scomoda può essere un atto di cura eccessiva, non sempre è viltà. Distorcere i fatti a fin di bene, è una tematica che tratto anche nel romanzo. Il risultato? Conduce al suicidio un ragazzo appena diciannovenne.

Come descriverebbe i protagonisti del romanzo, Ernesto e Paolo?

Ernesto è un tassista con un grande rimpianto e scarsi dosi di coraggio. Appena dodicenne, chiede a suo padre di potersi iscrivere al Liceo Artistico. Permesso negato con una modalità che stronca ogni successivo tentativo di imporsi a un genitore ottuso. La sua vigliaccheria, però, non è riferita a questo episodio. In fondo, all’epoca dei fatti era appena un ragazzino. Da adulto, non riesce più a gestire il rapporto logoro con sua moglie Margherita. La donna è in cura da una specialista, sotto terapia farmacologia. Soffre da due anni di una grave forma di depressione e vomita il suo male di vivere in un diario segreto. Ernesto lo scopre per caso, in una pagina sua moglie accarezza l’idea di suicidarsi. È impensabile lasciarla sola in casa. Perciò, chiede il sostegno di una ragazza dolcissima e affidabile. Claudia è un’universitaria al secondo anno di psicologia, accetta l’incarico per mantenersi agli studi. Ernesto è spesso assente, oltre il dovere impostogli dai turni del taxi. Approfitta della disponibilità di questa ragazza tutte le volte in cui si sente soffocare. Non ama più Margherita ma non può abbandonarla o affrontare insieme a lei il vuoto che li divora. Entrambi pagano il prezzo di questo silenzio.

Paolo è l’ispettore capo della squadra mobile sezione omicidi di Roma. Non ha una moglie che gli rinfacci la vita di ansia che le ha imposto, né figli a rimproverarlo per il suo non esserci mai stato. Vive qualche storia d’amore, di tanto in tanto, ma non funziona mai. Niente cani o gatti per riempire vuoti. Possiede un acquario di pesci tropicali, però. Un piccolo universo affascinante, meno impegnativo. Certe volte tutto questo non impegno lo soffoca di tristezza. Ha genitori anziani ma ancora autosufficienti, l’angoscia è non sapere per quanto. Ha un caso di omicidio da risolvere e non sa dove sbattere la testa, mi sono divertita a metterlo in difficoltà tagliando fuori la Scientifica dalle indagini: nessuna traccia di DNA sulla scena del crimine, niente che possa indicare almeno il sesso dell’ombra assassina. Paolo custodisce il segreto di una fragilità intermittente per non giocarsi il distintivo, con un autocontrollo spaventoso che lo sta sfibrando. Si tratta di un malessere che lo tortura ormai da 14 anni e che non può confessare a nessuno, incluso il suo amico tassista. Rischierebbe di essere sollevato dall’incarico, è già successo. Il tassista e il poliziotto si conoscono da oltre trent’anni. Sono amici fraterni fin dai banchi delle superiori, hanno sempre condiviso tutto. Non l’indagine, però. Non quello che c’è dietro ai silenzi. Le loro storie viaggeranno parallele nella narrazione per poi ricongiungersi nel finale.

Uno dei protagonisti del romanzo è Roma: che rapporto ha con questa città?

Problematico e contraddittorio, come chiunque viva in una città enorme e splendida come la mia. Roma è troppo arrogante per dare, sei tu che devi adorarla. Non è semplicissimo, negli ultimi vent’anni io e lei abbiamo allentato un po’ i rapporti. Mi sono trasferita in periferia, equivale a vivere su un altro pianeta. Torno quando posso ad accarezzare il cuore di quella “gatta feroce appisolata all’ombra del Colosseo”. E me ne innamoro tutte le volte, come una fessa.

La paura è uno degli incidenti dei crimini?

Se intesa nell’accezione di avvenimento inatteso, direi di sì. Si uccide (anche) per panico. Apprendere, per esempio, che qualcuno ha scoperto un nostro segreto inconfessabile. Macchiarsi le mani di sangue per preservarlo, in questo senso possiamo parlare di “incidente”.

 

 

Luana Troncanetti è nata e vive a Roma. Ha partecipato a raccolte per la Perrone Editore, contribuito ad antologie per Fabbri e Comix, scritto per Kairos, Homo Scrivens, Cento autori. Vincitrice di diversi premi letterari per la sezione racconti (fra i quali il Premio Massimo Troisi, il Donna sopra le righe e il concorso Thriller Cafè), nel 2009 pubblica “Le mamme non mettono mai i tacchi” (Boopen Led), successivamente edito da Galassia arte nel 2011 e “Agrodolce” per L’Erudita nel 2016. Con il noir “Silenzio” (Kindle Direct Publishing) primo classificato al Premio Internazionale Amarganta 2017, nel 2018 ottiene una menzione d’onore al Premio Residenze Gregoriane e vince il Garfagnana in giallo – Sezione Nero digitale. A gennaio del 2019 “Silenzio” rientra tra i migliori venticinque romanzi editi al Premio Alberoandronico e quindi, in versione rivista e ampliata, viene pubblicato nell’aprile del 2019 da Fratelli Frilli editori con il titolo “I silenzi di Roma”.

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