I ragazzi della Nickel di Colson Whitehead

Creato da Claudio Della Pietà il 02/09/2019

“…per lui non intervenire significava compromettere la propria dignità.”

 

Pochi giorni fa è morta una bambina di nove anni, figlia di un noto calciatore spagnolo, e la fama del padre ha fatto espandere ancor di più l’eco della tragica notizia che la morte di un bambino genera già da sola.

Una persona tra le tante si chiedeva con un post su Facebook quale fosse il senso di tutto ciò, e la risposta più diffusa è stata, “nessun senso”.

Questo nuovo romanzo del noto autore americano Colson Whitehead, dal titolo “I ragazzi della Nickel”, pubblicato da Mondadori e tradotto da Silvia Pareschi, provocherà domande simili ai lettori, domande sul senso della vita, delle cose, delle scelte che si fanno ogni giorno, sul senso dello stare insieme, sul senso del procreare e dell’educare.

Perché vogliamo i figli se poi li facciamo soffrire?

Domandona, applicabile a tante altre situazioni e realtà del nostro vivere.

Elwood Curtis è un ragazzino di colore che vive in Florida con la nonna; i genitori lo hanno abbandonato. Cominciamo bene.

E’ un buono, un volenteroso, carico di energia, vuole conoscere e imparare, tanto che quando gli regalano una enciclopedia gli sembra di aver raggiunto la Luna. E un viaggio verso quello che per lui è paragonabile proprio ad un pianeta lontano, Elwood lo intraprende un giorno, con l’unico mezzo che può usare l’autostop, un viaggio che però non lo porterà precisamente dove lui sperava di arrivare.

In un primo momento non si abbatte troppo, è giunto comunque in una scuola, dove, se si comporterà bene, potrà essere promosso e alla fine tornarsene a casa dalla nonna.

Come detto Elwood è un buono, combattivo e intraprendente, ma abbagliato dai valori e dai principi di Martin Luther King che ha mandato a memoria ascoltando i suoi discorsi da un disco, e si propone di seguirne gli insegnamenti sempre e ovunque, anche alla Nickel, soprattutto alla Nickel, dove neri e bianchi sono nettamente separati, nei luoghi, nei servizi, negli abiti forniti, nel cibo riservato e altro ancora, tutto. Elwood vuole rispondere con l’amore, alla violenza.

Sarà durissima.

E sarà dura non perché Elwood è nero, o non solo per quel motivo. Sarà dura perché l’uomo è malvagio, l’uomo è egoista, l’uomo è violento, ovunque, sempre e contro chiunque.

Questo è ciò che emerge a mio parere da questo libro, questo ha colpito in modo pesante il sottoscritto. Sì, c’è una questione razziale di fondo, guai a non chiarirlo, ma c’è una questione molto più vasta, molto più profonda che coinvolge tutti indipendentemente da qualsiasi categorizzazione.

E’ il desiderio malsano del potere, del dominio, dell’opprimere l’altro. E lo si fa partendo da ridicole cause scatenanti, insensate, pazzesche quali la balbuzie, la particolare vivacità (tratto tipico della maggior parte dei bambini e bambine), marinare la scuola, oppure più serie quale lo scappare di casa perché si viene picchiati (come se fosse una colpa), e tante altre motivazioni che non possono giustificare l’essere rinchiusi alla Nickel.

Cari lettori de “I ragazzi della Nickel”, e spero sarete davvero tantissimi, non pensate subito che queste siano “cose vecchie”, dei tempi passati, quando anche dare del “tu” ad un genitore poteva provocare reazioni inconsulte, tanto per dirne una. No.

La vera scuola, da cui Colson Whitehead ha tratto spunto per la realizzazione di questo romanzo, è stata chiusa, state bene a sentire, nel vicinissimo 2011.

Da brividi. E chissà quante ce ne sono ancora di aperte, e delle quali non sappiamo e non sapremo mai nulla!

E come pensiamo che usciranno, se usciranno da questi luoghi, i potenziali uomini e donne del futuro? Avremo forse dei pacifisti? Dei nuovi Martin Luther King? Forse uno, o due.

Ringraziamo l’autore per averci raccontato questa storia durissima, che ci scaverà dentro di noi aprendo ferite profonde, ma che speriamo ci apra anche gli occhi e ci inviti a sporcarci le mani per scoprire ed prevenire per il futuro analoghe situazioni.

C. Whitehead ha usato un tatto finissimo, ma non ha risparmiato nulla, una penna precisa, coraggiosa, decisa a spargere speranza.

“…la metà della gente che lavorava lì probabilmente si metteva il cappuccio del  Klan nel fine settimana, ma per come la vedeva lui la cattiveria andava più in profondità del colore della pelle.”

 

Buona lettura.

 Claudio Della Pietà

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