Idda: intervista a Michela Marzano

Creato da Federica Tronconi il 05/03/2019

Alessandra è una biologa che insegna a Parigi, dove abita con Pierre. Da anni non va nel Salento, il luogo in cui è nata e che ha lasciato dopo un evento drammatico, perché non riesce a fare i conti con le ombre della sua famiglia. Quando Annie, l’anziana madre di Pierre, è ricoverata in una clinica perché sta progressivamente perdendo la memoria, Alessandra è costretta a rimettere tutto in discussione. Chi siamo quando pezzi interi della nostra vita scivolano via? Che cosa resta di noi? Svuotando la casa della suocera, che deve essere messa in vendita, Alessandra entra nell’universo di questa stenodattilografa degli anni Quaranta, e pian piano ne riscostruisce la quotidianità, come fosse l’unico modo per sapere chi era, adesso che smarrendosi Annie sembra essere diventata un’altra. Nel rapporto con lei, ogni giorno piú intimo, Alessandra si sente dopo tanto tempo di nuovo figlia, e d’improvviso riaffiorano le parole dell’infanzia e i ricordi che aveva soffocato. È grazie a idda, ad Annie, che ora può affrontarli, tornando là dove tutto è cominciato. Bisogna attraversare le macerie, recuperare la propria storia, per scoprire che l’amore sopravvive all’oblio. «La dottoressa ha detto che l’unica frase che non scompare mai è “ti amo”; è quella che scelgono i suoi pazienti quando chiede loro di scrivere su un foglio la frase che preferiscono, anche se della propria esistenza non ricordano piú nulla. È come se solo l’amore potesse ancora tenerli in vita».

 

Abbiamo raggiunto la scrittrice e giornalista Michela Marzano per parlare del suo romanzo Idda (Einaudi), una storia ricca di spunti di rilfessione su temi importanti come il dolore, il passato che segna la strada e che torna, il rifiuto di quello che abbiamo alle spalle, la maternità, la memoria e l’amore. Un libro molto denso, carico di profondità che lascia un grande eco nel lettore, una sorta di rielaborazione che Michela invita il lettore a fare insieme a lei, a prendersi cura del proprio dolore. Un appassionato romanzo sull’identità, la memoria, la potenza carsica delle relazioni.

Michela, partiamo dalla storia di Ale, una donna che non vuole figli mentre Pierre, il suo compagno sì. Una situazione rovesciata: come mai hai scelto di analizzare questa dinamica?

Molto volte la resistenza iniziale è più dell’uomo mentre per la donna c’è una forte volontà nel desiderio di un figlio. Io invece ho scelto di dare voce ad una donna che ha inizialmente un rifiuto a causa del suo passato doloroso. Questo mi è servito per far capire che se non si rielabora il dolore il proprio passato torna  sempre e non ci si può sentire liberi. Solo liberandoci possiamo essere noi stessi, attori principali della nostra vita al cento per cento.

A proposito, il presente è frutto del nostro passato?

Il romanzo ha due grandi fondamenta: chi siamo quando non ricordiamo più e chi siamo quando non ci prendiamo cura del passato. In tutto questo il punto centrale è la memoria. Non possiamo essere noi stessi se non accettiamo quello che siamo stati nel passato. Bisogna arrivare al punto della consapevolezza e comprensione: siamo così ora perché c’è stato qualcosa nel passato. Questo passaggio l’ho imparato a mie spese, con venti anni di analisi. Siamo il frutto di quello che siamo stati e dobbiamo trasformare quello che è stato negativo in qualcosa di positivo. Alessandra rifiuta il suo vissuto ed è attraverso Annie che inizia a capire e a prendersi cura di sé, attraverso lei inizia finalmente a sentirsi figlia. Le lettere di Annie la scuotono a tal punto che emergono emozioni talmente forti da doverci fare i conti. Per forza.

 

 

Alessandra, uno dei personaggi principali del romanzo: ci sono dei punti in comune tra te e lei?

Come me ha origini italiane, ha lasciato il suo paese e ha un rapporto particolare con la lingua. Tra le differenze, io ho rielaborato il mio dolore atrraverso vent’anni di analisi, appena sono arrivata in Francia. Ho fatto analisi in francese perché la lingua serviva per avere un minimo di distanza dalla Parola. Poi, ho scritto per dieci anni solo in francese. Questo rapporto particolare con la lingua madre e la nuova lingua. Ancora, Alessandra è biologa, ordinata, e ha una visione diverse dalla mia delle piante.

C’è un passaggio molto significativo nel romanzo in cui si parla dell’essenziale: Alessandra non lo vede e il lettore si pone la domanda, indiretta, di come scorgerlo…

Di solito non vediamo l’essenziale quando pretendiamo di aver controllo e razionalizziamo tutto.  Quando ci lasciamo andare riemerge. Nel romanzo l’esempio è Annie: che perde i pezzi, la memoria, i ricordi, ma questo la riconduce all’essenziale, a ciò che siamo realmente. E in questo momento capiamo che ciò che ci ricentra, alla fine, è l’Amore.

 

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