“La vita in più. Una storia vera”: intervista a Fabio Rizzoli

Creato da Federica Tronconi il 04/03/2019

Cosa può succedere quando una notizia inattesa rivoluziona la nostra vita? È difficile prevederlo, perché spesso le cose non sono come sembrano. Infatti in questa storia, proprio come in quella reale dell’autore, un evento apparentemente tragico si rivelerà essere invece la via per la rinascita.

 

 

Questi i temi principali di La vita in più. Una storia vera (Mondadori) firmato da Fabio Rizzoli. Nel libro racconta di un uomo comune, in conflitto tra amore e sesso, fedeltà e tradimento, speranza e depressione. Sta attraversando un periodo difficile: ci sono crepe nella relazione con Anna, il lavoro scarseggia, l’umore è in caduta libera. A peggiorare la situazione si aggiunge un mal di schiena sempre più ostinato, che lo spinge a fare un controllo. Imprevedibilmente l’esito dell’esame lo condurrà a un ricovero immediato, per cercare di fermare una malattia che sembra aver preso in fretta il sopravvento su tutto. Da qui, per lui comincia la vera vita.

Abbiamo raggiunto l’autore per approfondire alcuni argomenti del suo romanzo.

La malattia ha innescato nella tua esperienza una sorta di rinascita: quando hai realizzato che poteva essere un’opportunità. Cosa è scattato?
L’esperienza che ho vissuto mi ha condotto a rivelazioni progressive, di segno opposto. La prima opportunità di cui mi sono accorto – proprio come accade al protagonista del mio romanzo – è quella di procurarsi un alibi. Chi ha un tumore in stadio avanzato, specialmente se giovane, diventa per certi versi un immune. Immune dalle critiche, dalle responsabilità, dai giudizi. Ogni questione appartenente alla vita che precede la malattia resta congelato, in attesa di rimettersi in moto. Questa è l’opportunità conservativa, infantile, che ha bisogno di giustificazioni per sollevarsi dagli obblighi. Ma la seconda rivelazione, quella “vera”, quella che sopraggiunge nel limbo della malattia, è che la principale ragione per vivere è la vita stessa. Quindi ho sperimentato un vero e proprio ribaltamento di convinzioni, e anche di valori.

È possibile continuare a sognare nonostante la presenza ingombrante di una malattia che prende il sopravvento?
Per quanto spesso non riesca a metterla in pratica, una delle lezioni più importanti che ho imparato dalla mia esperienza è che sognare il futuro serve decisamente meno che godersi il presente. Proprio l’incombere di una malattia può trasformarsi nello strumento di approfondimento di quel che ci circonda. Non sapendo quanto tempo ti resta, ti costringe a focalizzarti sul qui e ora, a godere di quello che hai già, perché è sufficiente a essere felice. Sognare è meraviglioso, è una spinta fortissima ad andare avanti, ma se non si traduce in azioni resta un puro esercizio intellettuale. Ed è solo nel presente che si può agire. Per immaginare meglio il futuro serve osservare bene il presente.

 

La vita in più: quel “più” è la consapevolezza che la malattia ti costringe a maturare?
Il “più” del titolo lo intendo in due accezioni: una vita ulteriore e una vita espansa. Da un lato la malattia ti obbliga a fare i conti con te stesso, il passato, la vita attuale, le relazioni, le emozioni, le debolezze. Ti porta a chiederti se quello che hai fatto e che fai è giusto o se invece condurrà al pentimento. Quindi, sotto questo aspetto, la guarigione offre una seconda possibilità: quella di ricominciare un’esistenza basata su presupposti differenti. Il secondo senso in cui intendo il “più” è appunto la consapevolezza. La coscienza di se stessi è la porta d’accesso a un’evoluzione della propria visione del mondo.

Tornando alla consapevolezza, è questa che dà spessore all’amore e la possibilità di viverlo in tutte le sue declinazioni?
Credo che per crescere dal punto di vista emotivo sia necessario scoprire forme d’amore diverse tra loro, altrimenti il rischio è di appiattire il sentimento in assoluto più complesso in una serie di regole, o per meglio dire di tradizioni. Amare non significa osservare un rituale, bensì essere noi stessi a creare il nostro rituale, a inventarcelo. Essere consapevoli, in generale, ritengo che abbia a che vedere con la presenza. Più siamo presenti a noi stessi, a ciò che stiamo sentendo, più riusciamo a cogliere le sfumature, a percepire le sottigliezze. Se viviamo distratti, con la testa da un’altra parte, non possiamo notare i piccoli dettagli che fanno la differenza. E in amore la consapevolezzza è tutto.

Condividi

    *