“Luce rubata al giorno”: intervista a Emanuele Altissimo

Creato da Federica Tronconi il 28/01/2019

 

Questa è la storia di due fratelli e dell’estate che segna per sempre le loro esistenze. Diego, Olmo e il nonno sono in montagna, nella baita comprata dai genitori prima di morire. La speranza è che quei luoghi portino serenità nell’animo di Diego, il fratello maggiore, eternamente irrequieto. Ma appena si alza il vento le seggiovie tremano e le nubi proiettano sui valloni ombre profonde. Solo Olmo capisce che Diego sta scivolando in un universo dove non si può raggiungerlo, un delirio che sembra crescere fino a toccare il cielo. E darebbe tutto ciò che ha per salvarlo. In ingegneria si parla di tensione ammissibile: il punto massimo di sforzo a cui si può sottoporre un edificio prima che collassi. L’Empire State Building, per esempio, sopravvisse all’urto di un Bomber B-25. Giorno dopo giorno, Olmo costruisce proprio il modellino dell’Empire State: con infinita pazienza, consapevole che la forza dell’edificio sta nella posa di ogni singolo mattoncino. Ma qual è la tensione ammissibile per una famiglia, per l’amore che tiene insieme le persone?

Abbiamo raggiunto per un’intervista lo scrittore Emanuele Altissimo, classe 1987, al suo esordio letterario con Luce rubata al giorno edito da Bompiani.

 

 

 

 

Partiamo dall’ambientazione: perché ha scelto di ambientare il suo romanzo in montagna?

La montagna è un paesaggio dell’anima, un luogo metafisico che riflette lo stato interiore dei personaggi. E soprattutto mi piaceva l’idea di strappare i protagonisti dalla città, di portarli in un luogo con cui avrebbero dovuto fare i conti: per Diego la montagna significa scalata, il suo rapporto con le vette è titanico, un modo per sentirsi più vicino al cielo. Olmo e Aime invece la fronteggiano come una scoperta, qualcosa di perturbante che, in sostanza, è l’abisso in cui Diego scivola giorno dopo giorno. La montagna non mi ha mai rassicurato, volevo che i miei personaggi si sentissero così, sempre sul filo del rasoio.

Diego, un ragazzo eternamente irrequieto: a qualche legame con te, con la tua infanzia?

Diego è l’incarnazione di un dolore familiare che ho vissuto in prima persona, sì, ma anche e soprattutto un personaggio autonomo, che ho costruito con dolore e che ho imparato ad accettare attraverso le numerose riscritture del romanzo.

Di recente hai dichiarato “I miei personaggi me li sono immaginati come dei giganti”: ci spieghi questa affermazione?

Giganti, per me, sono coloro che accettano il dolore senza più scuse. Non finirò mai di ripetermi. È un concetto morale, che riguarda la statura dei personaggi – penso in particolare ad Aime –, ma anche titanico, nel caso di Diego. Giganti sono le sue aspirazioni, le ambizioni frustrate che lo portano ad allontanarsi da tutto e da tutti. Ma gigantesco è anche l’amore che tiene insieme una famiglia, nonostante la sofferenza che comporta.

Quando hai sentito l’urgenza di scrivere un libro così profondo ed intimo per certi versi?

Mi porto dentro questo romanzo da tempo. Le sensazioni, lo stato d’animo che lo anima. Non so se sia intimo o profondo, per me prima di tutto c’era una storia che sentivo con urgenza. E infatti ci ho messo tre anni ha dargli la forma attuale, ho scritto e riscritto tantissime volte. C’era la mia storia personale, personaggi che si affacciavano e volevano essere raccontati. Un giorno sono inciampato nel concetto di ridondanza intrinseca – la capacità che i grattacieli hanno di assorbire gli urti – ed è successo qualcosa, ho sentito quel click che mi serviva per cominciare a scrivere.

Leggere è una battaglia contro la solitudine?

È un’idea un po’ cervellotica, ma quanto mai sincera. Penso che alcuni romanzi siano ponti tra due esistenze, tra due solitudini. Non solo per il grado di coinvolgimento che a volte comportano – quel sentimento di vicinanza esperienziale, quella cosa che ti fa venire voglia di stringere la mano all’autore alla fine del libro –, ma per il concetto di cooperazione: Wittgenstein sosteneva che esistiamo soprattutto all’interno del linguaggio e il romanzo genera uno spazio narrativo in cui autore e lettore cercano di incontrarsi, di sentirsi meno soli. È come un intenso, attivo dialogo tra due coscienze. Non credo nella passività del lettore, leggere è una sgomitata con chi scrive, un ritrovarsi insieme dentro una stanza molto piccola, eppure illimitata.

 

Emanuele Altissimo è nato nel 1987 a Torino, dove si è laureato con una tesi su David Foster Wallace e ha frequentato il biennio di scrittura creativa della Scuola Holden. Questo è il suo romanzo d’esordio.

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