La casa senza finestre

Creato da federica il 10/06/2018

A volte due donne, insieme, possono più di un intero mondo di uomini.

 

 

È un giardino piccolo, quello di Zeba, con un cespuglio di rose in un angolo, ma è il suo giardino. E mai avrebbe immaginato di trovarvi, in un mattino di sole, il corpo senza vita di suo marito. E così proprio lei, moglie innamorata e madre generosa, si ritrova accusata di aver compiuto il crimine che rovinerà per sempre la sua famiglia. È così che funziona, in Afghanistan. Zeba, per lo shock, non è in grado di spiegare dove fosse quando l’omicidio è stato compiuto: e, in un attimo, diventa lei l’unica colpevole possibile. Colpevole di avere, forse, ucciso suo marito, ma soprattutto di non aver saputo badare a lui, come se aver perso per sempre l’uomo che amava fosse una sua colpa. Arrestata e imprigionata, Zeba finisce così nella “casa senza finestre”, una sorta di prigione per sole donne, chiamata Chil Mahtab, quaranta lune, il tempo minimo che una donna condannata deve passarci. Un posto dove finiscono le donne come Zeba, dietro le quali gli uomini nascondono la propria debolezza; o quelle troppo pericolose, che non stanno zitte; o, ancora, quelle la cui vita è stata rovinata in nome di un onore che non appartiene a nessuno, di sicuro non agli uomini. Con loro, Zeba stringerà amicizie e legami: perché c’è più aria nella casa senza finestre che nel mondo là fuori.

 

“Nessun incantesimo avrebbe cambiato il fatto che il valore di una donna si misura a, con scientifica precisione, in sangue. Una donna valeva in base al sangue che riusciva a versare durante la prima notte di nozze, o a ogni cambio di luna, o nel dare la luce ai figli di suo marito. E alcune donne di sangue dovevano versarne ancora di più, tutto il sangue che avevano in corpo, per espiare i loro peccati o probabilmente quelli altrui.”

 

“Non esisteva un termine dari per indicare lo stupro. Yusuf se n’era reso conto appena arrivato. Come se non nominare un atto né negasse l’esistenza. Anche nel sistema giudiziario, veniva spesso definito zina, cioè sesso fuori dal matrimonio, equiparando il crimine al comportamento di una coppia lussuriosa e impaziente, che fa sesso prima di sposarsi. Zina era la parola generica con cui si definiva qualsiasi cosa che non fosse il diritto di un uomo sulla propria moglie”

 

Una storia che parla di donne e della loro forza in una società che le vede già colpevoli dalla nascita, una società che non le tutela ma, anzi, le umilia, vengono trattate come animali, senza alcuna legge se non quella che decidono gli uomini, esseri superiori. Se una donna non è gradita, basta inventare una bugia ingiuriosa su di lei ed il gioco è fatto. Zeba è colpevole, a prescindere dalla verità delle sue azioni, è colpevole perché è stata trovata vicino al corpo del marito morto, con le mani sporche di sangue, è colpevole perché è una moglie, una donna, è colpevole perché lo hanno deciso gli uomini, la folla ha decretato il verdetto. A Zeba vengono strappati i figli, affidati alla sorella del marito, e rinchiusa in carcere in attesa del giudizio finale. Ma ciò che lei non si aspetta è di ritrovare una famiglia tra quelle mura, tra quelle donne che come lei sono colpevoli di essere “il sesso debole” della comunità, quegli individui per cui ogni uomo è portato a peccare. Perché anche per uno sguardo sbagliato scambiato con un uomo si viene rinchiuse, colpevoli, molte volte rovinate e giustiziate. Anche se si viene violentate si ci ritrova a scontare una pena per una colpa mai commessa. E lì Zeba che spronfonderà nell’abisso e ritornerà a galla, ritrovando se stessa, come individuo e donna, come figlia. Ritroverà la libertà e verità, dopo una vita dolorosa e faticosa, tratteggiata da perdite e soprusi. Da botte e lacrime silenziose. Una comunità di donne che nell’ingiustizia trova la forza di tessere una grande coperta con le loro voci intrecciate, alle quali si aggiunge quella di Gulnaz, la madre di Zeba, una donna che ha subito umiliazioni per tutta la vita, una donna speciale e unica che fa della magia la sua vita e che lotterà strenuamente per la sua adorata e sofferente figlia. Zeba diventa la forza delle donne in quel carcere, diventa il volto della giustizia e della carità, tutte si stringono intorno a lei ed insieme a lei continuano a sperare e vivere, con l’instancabile forza delle donne anche di fronte a vite segnate.

 

Nadia Hashimi è nata in America da genitori afghani. Ha esordito con Due splendidi destini, un best seller internazionale elogiato, tra gli altri, da Khaled Hosseini. Discendenti da uno dei più grandi poeti afghani, Nadia è cresciuta circondata da una numerosa famiglia di zii 3 zie che hanno tenuto viva la cultura del loro paese d’origine. Lavora come pediatra e vive in Maryland con il marito e i quattro figli.

 

Recensione a cura di

GIUSJ SERGI

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