Cuore, sopporta: intervista a Francesca d’Aloja

Creato da federica il 05/06/2018

Perché Adele decide di ritirarsi in una villa isolata sul mare? Da cosa fugge? Cosa l’ha ferita? Aveva tutto ciò che si può desiderare: un lavoro, un’amica speciale, una sorella adorata anche se tanto diversa da lei, Nina, e soprattutto un grande amore, Thomas, il ragazzo “con un viso da apostolo”. Una fatalità sembra unire i personaggi, legati dal Libro tibetano dei morti come da un lungo filo rosso che attraversa le loro vite. Sin dall’infanzia, Adele è governata da un costante senso di insicurezza, mentre Nina è sfrontata e incosciente; una è mossa da un insopprimibile bisogno di consenso, l’altra si è sempre presa ciò che la vita ha potuto offrirle, anche a costo di compromettere gli equilibri. Adele e Nina, unite da uno sconfinato amore reciproco. Ma il destino distribuisce privilegi e infligge punizioni senza alcun criterio. Una serie di scoperte che colpiscono al cuore i personaggi del romanzo condurrà a una verità sconvolgente.

 

Francesca d’Aloja s’interroga su quanto sia ingannevole la conoscenza delle persone, e mette in scena un formidabile affresco sui rapporti d’amore, di amicizia e di sangue. Nulla esiste al mondo di più simile e nulla di più distante di due sorelle; nessun segreto dovrebbe sussistere tra due vere amiche. È giusto perdonare o il perdono non è che una scorciatoia, un tappeto sotto cui nascondere la polvere? Adele sembra aver rinunciato a comprendere l’enigma della vita: fino a quando, nel silenzio della pineta dove si è rifugiata, farà irruzione una presenza misteriosa e tutto ciò che pareva inanimato tornerà a respirare, e a vivere.

Cuore, sopporta (Mondadori) alterna magistralmente il tono brillante e deciso della commedia ad atmosfere inquiete, dove tutto appare sospeso e minaccioso. È il segreto di questo romanzo, e ci porta ad attraversare in ogni pagina la sottile linea che separa la felicità dal disinganno, la bellezza dal dolore.

Abbiamo raggiunto la scrittrice per porle qualche domanda di approfondimento.

 

 

Il romanzo affronta il delicato legame che ci può essere fra le sorelle: che tipo di rapporto è secondo lei?

Delicato, sì, ma anche molto speciale. Avere una sorella illumina o rende più chiaro il rapporto che si ha con i propri genitori. Attraverso il confronto, inevitabile fra sorelle, si definisce la propria identità all’interno di una famiglia. E questo può creare conflitti, invidie, gelosie ma anche un forte sentimento di solidarietà e alleanza. Con una sorella condividiamo un passato, dei codici, un lessico familiare ed è questo il patrimonio al quale si attinge al di là della differenza di età, carattere o indole. Di una sorella ci si fida e a lei ci si affida, per questo ciò che accade ad Adele, la protagonista del romanzo, va al di là di ogni umana comprensione: “le lacrime sono destinate a sofferenze intelligibili e la sua non lo era”…

Una delle protagoniste, Adele, intraprende una fuga: a suo giudizio fuggire può essere un valido strumento per mettere in equilibrio nuovamente la propria vita?

 Una fuga non è necessariamente un andare altrove, anche se a volte “prendere le distanze” non soltanto da sé ma da ciò che ci circonda può aiutarci a ritrovare un centro. Ma quando le risorse a nostra disposizione per ristabilire un equilibrio non sono sufficienti allora è meglio affidarsi al tempo. Imparare ad attendere è di per sé una risorsa. L’inazione può essere più efficace dell’azione in certi casi perché il tempo, inesorabilmente, lenisce e cura. Adele dunque decide di ritirarsi in una casa isolata sul mare, come una marmotta sa che il letargo è la condizione necessaria che la separa dalla primavera. Si ferma e attende. Tutto il contrario di ciò che fa sua sorella Nina, che viaggiando instancabilmente si illude di andare verso qualcosa e così facendo perde la rotta.

E’ più semplice perdonare o essere perdonati?

Il perdono non è mai semplice e comunque nell’atto del perdono sono io che decido, mentre essere perdonati dipende dalla decisione altrui che a volte tarda ad arrivare o non arriva mai, malgrado il nostro impegno nel volerlo ottenere. Dal mio punto di vista considero l’oblio più praticabile del perdono. Posso dimenticare ma ciò non conduce necessariamente a un perdono. Mi riferisco ovviamente a faccende serie. Ritengo che alcune azioni non meritino alcun tipo di perdono.

Nel dolore esiste una parte di bellezza?

Il dolore produce una quantità di cose, e fra queste trova spazio anche la bellezza. Le persone che hanno conosciuto il dolore hanno sempre qualcosa in più e la bellezza che riconosciamo nel loro sguardo non è soltanto il prodotto della loro esperienza ma anche del valore che noi diamo a quell’esperienza. Le più belle immagini femminili ritratte hanno sempre gli occhi velati di pianto… Cosa c’è di più bello di una Madonna addolorata?

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