Più profondo del mare

Creato da Federica Tronconi il 28/04/2018

 

 

 

L’esile salvagente intorno alla vita tiene a galla Doaa e due bambine, una di pochi mesi, l’altra di nemmeno due anni, a lei affidate dai genitori prima di scomparire per sempre nelle acque, come altre centinaia di persone. Doaa ha paura, lei ha sempre odiato l’acqua, sin da piccola, e solo la guerra e la disperazione che l’accompagna l’hanno convinta a lasciare la sua famiglia e la sua casa in Siria e mettersi su quel barcone. Aveva tanti ricordi felici e tanti sogni da realizzare, che ora galleggiano intorno a lei insieme ai relitti dell’imbarcazione e ai pochi superstiti dei 500 che si erano messi in viaggio. Erano quasi arrivati, solo poche ore di mare li separavano dall’Italia, risate liberatorie cominciavano a levarsi dal ponte, quando un peschereccio si dirige contro di loro, una, due volte. Perfarli affondare. Il barcone non regge e tutti si gettano in acqua. Molti annegano subito. Anche Doaa nonsa nuotare e solo il salvagente che le porta il marito la tiene a galla. E lo farà per i successivi quattro giorni, in cui le voci e i lamenti intorno si spengono uno dopo l’altro. La tentazione è di lasciarsi andare, ma le due bambine che si aggrappano a lei reclamano la vita. Per loro deve lottare e resistere un’ora di più, poi un’altra, e cantare, e pregare, fino a quando qualcuno arriva. Solo undici vengono tratti in salvo. Doaa ha diciannove anni, ma la sua vita comincia da quei quattro giorni alla deriva. Perché la prima volta nasci al mondo, ma è quando capisci quanta forza si cela in te, e quanto la speranza può avere la meglio sulle circostanze più tragiche, che nasci a te stesso.

 

“La semplice verità è che i profughi non rischierebbero di morire in un viaggio così pericoloso se potessero vivere bene lì dove sono. I migranti che fuggono dalla miseria non sarebbero su quei barconi se potessero sfamare se stessi e i loro figli in patria o in paesi confinanti che li ospitano. Nessuno si ridurrebbe a consegnare i risparmi di una vita in mano ai trafficanti se potesse chiedere il trasferimento in un paese sicuro in maniera legale. Finché questi problemi non sono affrontati, la gente continuerà ad attraversare il mare, mettendo in pericolo la propria vita per cercare asilo. Chi fugge da un conflitto o da una persecuzione non dovrebbe mai morire tentando di mettersi in salvo”

Lacrime cocenti hanno rigato il mio viso per maggior parte della lettura, lacrime che, attraverso l’inchiostro, si riflettevano sul mio viso, ogni parola una stilettata, un dolore acuto, un senso estremo d’impotenza. Sentivo le urla di dolore dentro di me di queste povere persone costrette a subire sofferenze atroci, a fuggire dalla loro terra, recidere le radici piantate da generazioni e cercare di fuggire alla morte certa e alla miseria, alla sofferenza più atroce, per poter avere un briciolo di speranza, poter di nuovo credere a qualcosa, ad un futuro, ad un domani che non sia la paura di finire smembrati per strada, violentati e uccisi, senza alcuna colpa se non quella di essere nati nella “parte sbagliata” del mondo . Questo libro fa male, ma il dolore che trasmette, quelle urla che reclamano di venire ascoltate non devono finire nell’oblio dell’indifferenza, non devono inabissarsi e perdere vita, come le migliaia di persone che perdono la vita in mare per cercare di raggiungere solo una parvenza di normalità. Dobbiamo prendere queste grida, queste vite spezzate e dargli vera voce, che non siano morte invano, che ci sia consapevolezza, aiuto, supporto. Non basta guardare da lontano e scuotere la testa di fronte all’orrore. Questo è un libro necessario, un libro che farei leggere nelle scuole a tutti i ragazzi, perché si rendano conto, che si possano aprire gli occhi, verso queste persone che non vengono nel nostro paese come usurpatori, approfittatori, criminali. Vengono nel nostro paese perché sono gli unici fortunati ad essere sopravvissuti, sono persone che hanno patito sofferenze disumane, hanno visto il vero orrore che molti non potranno nemmeno mai immaginare. Sono persone che come noi, e più di noi, hanno bisogno di riavere indietro la speranza e non di venire accusata, scacciata e derisa. La disumanizzazione attuale dell’essere umano sta ormai toccando gli estremi, e in questo libro risalta in tutto il suo orrore. La scrittrice è riuscita nell’intento di portare alla luce la storia di un popolo e di una giovane donna, con gli occhi di una vecchia che ha visto e sofferto mille orrori, trasmettendo con tutta la sua potenza una realtà che è troppo facile ignorare. Consiglierò a chiunque questo libro, lettori e non, perché il mondo cessi di girarsi dalla parte dell’indifferenza e impari a piangere i morti, di qualsiasi popolo o religione, da qualsiasi etnia provenga, che la fratellanza e l’umanità possano risvegliarsi, e soprattutto si impari ad aiutare concretamente i vivi. Doaa è un esempio per tutti, come donna e persona, un esempio di umanità e coraggio, di forza e amore, e la scrittrice di questo prezioso libro ha dato voce alla necessità di risvegliarsi, porta alla luce la necessità di conoscere le realtà diverse dalla nostra, un obiettivo che motivo scrittori e ambasciatori dovrebbero porsi, il donare consapevolezza e realtà, senza mezzi termini. Una storia che mi porterò dentro per sempre, che mi farà guardare il mondo in maniera diversa, e che, nonostante tutto, mi fa sperare che qualcosa si muova e che queste persone possano ritrovare la felicità, con le loro famiglie al completo, senza la paura costante di non morire per mano di altre persone. Questa storia fa male, ma è un male necessario per comprendere e aiutare concretamente.

Melissa Fleming È Capo delle Comunicazioni per l’Alto Commissariato per le Nazioni Unite (unhcr). Visita costantemente le zone di guerra e i campi profughi per dare voce ai milioni di persone costrette ad abbandonare le loro case. Citata spesso sui media internazionali, il suo TED Talk sulla storia di Doaa è stato visualizzato un milione e mezzo di volte. Più profondo del mare è stato pubblicato in dieci lingue e diventerà un film di Steven Spielberg.

 

RECENSIONE A CURA DI GIUSJ SERGI

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