Giuseppe Catozzella torna nelle librerie con un romanzo forte e potente, E tu splendi (Feltrinelli). Una storia che si svolge ad Arigliana, “cinquanta case di pietra e duecento abitanti”, il paesino sulle montagne della Lucania dove Pietro e Nina trascorrono le vacanze con i nonni. Un torrente che non è più un torrente, un’antica torre normanna e un palazzo abbandonato sono i luoghi che accendono la fantasia dei bambini, mentre la vita di ogni giorno scorre apparentemente immutabile tra la piazza, la casa e la bottega dei nonni; intorno, una piccola comunità il cui destino è stato spezzato da zi’ Rocco, proprietario terriero senza scrupoli che ha condannato il paese alla povertà e all’arretratezza. Quell’estate, che per Pietro e Nina è fin dall’inizio diversa dalle altre – sono rimasti senza la mamma –, rischia di spaccare Arigliana, sconvolta dalla scoperta che dentro la torre normanna si nasconde una famiglia di stranieri. Chi sono? Cosa vogliono? Perché non se ne tornano da dove sono venuti? è l’irruzione dell’altro, che scoperchia i meccanismi del rifiuto. Dopo aver catalizzato la rabbia e la paura del paese, però, sono proprio i nuovi arrivati a innescare un cambiamento, che torna a far vibrare la speranza di un Sud in cui si mescolano sogni e tensioni.

Abbiamo incontrato lo scrittore  in Fondazione Feltrinelli per parlare del suo nuovo romanzo.

 

 

 

Come nasce il tuo nuovo romanzo?

E’ il mio quinto romanzo ma è la Storia che avrei voluto scrivere da subito. E’ la Storia, questa. Ci ho messa tanto a scrivere perché era difficile ammettere la mia estraneità. Io ho origini meridionali, i miei genitori sono emigrati a Milano negli anni Settanta. Da quando sono piccolo mi sono sempre sentito straniero in casa mia. Una sensazione brutta, non sempre bella anche se serve ogni tanto. Il tema dello straniero, dell’Altro, dell’estraneità, del nemico dentro il cavallo di Troia, dentro casa propria è una casa che sento mia, tanto che penso di tornarci in futuro su questo argomento. Gli ultimi tre libri compreso questo  (gli altri Non dirmi che hai paura e Il grande futuro) hanno questo grande tema di fondo, l’Altro.

Ma perché l’Altro ci fa così paura?

Perché lo straniero ti fa ricordare che sei straniero anche tu. Il migrante ti fa ricordare che sei migrante anche tu, che lo siamo tutti.  Se andiamo indietro troviamo tutti una migrazione nella nostra storia famigliare. Tutti siamo frutto di una catena ininterrotta di migrazioni. Ma vogliamo rimuoverlo, perché questo ci provoca quella che ha sempre suscitato in me: vergogna. Io l’ho ammesso a quarant’anni. La storia umana è piena di follie, come un po’ la storia che abbiamo davanti: un ragazzino nato da genitori migranti, straniero nella sua città dove vive dove ha subito razzismo, si trasferisce per una estate dai nonni nel Sud in una cittadina da cui tutti sono sempre andati via che diventa proprio il paese che si protegge dagli stranieri. Una follia.

Citando un tuo passaggio del romanzo, la paura è una bugia? 

Sì, sempre e ne sono profondamente convinto. Ciò che comprendiamo con il cervello e con le parole, con il cuore non può farci paura. Al massimo ci stimola sentimenti differenti perché, appunto, lo abbiamo compreso. Quando proviamo paura? Verso qualcosa che teniamo a distanza perché non abbiamo ancora intrapreso il percorso di comprensione. Quando smettiamo di aver paura è perché abbiamo capito.  Quindi, quando si ha paura è  sempre una bugia. E la bugia è potente più è potente la voce che c’è dietro.

Ci potresti citare dei settori che vivono sulle bugie?

Politica e grandi mezzi di comunicazione, tanto per citarne due. I grandi mezzi di comunicazione campano su questo concetto per vendere e ovviamente generano una serie di bugie che crea paura. Alcuni grandi movimenti contemporanei fanno leva appunto sulla paura. Ma sono delle grandi balle fondate sul concetto del “mostro”, che guarda caso è sempre lo Straniero.

Tu vai anche molto nelle scuole: ti confronti con loro su questi temi?

Sì, ricevo tante domande sui libri che ho scritto. Soprattutto nelle regioni del Sud c’è la paura per dover lasciare la tua terra. La disoccupazione è al 50% è impensabile non affrontare questa paura. Noi uomini ci siamo sempre mossi e ci muoveremo anche in futuro. Non si può arrestare questa cosa e siamo frutto di una catena di migrazioni. E’ per questo che siamo vivi, è per questo che splendiamo.

A proposito di bugie, come vedi il mondo di oggi?

E’ un mondo completamente omologato e  l’unico luogo di libertà, di pensiero, di immersione nella nostra profondità sono i libri. Per questo faccio lo scrittore. Il consiglio che do di solito ai ragazzi che incontro nelle scuole è di guardare meno possibile la televisione, stare il meno possibile sui social e leggere più libri. Perché leggere è libertà. I libri sono il nostro specchio, servono a comprendere di più noi stessi e quindi il mondo.

Cosa significa  “splendere”?

Dobbiamo imparare a ragionare, ad usare il cervello. Dobbiamo splendere non solo perché siamo unici, meravigliosi ed irripetibili e anche perché la vita è una sola (e scorre veloce). Allo stesso tempo dobbiamo anche imparare a ragionare, non farci fregare. Pasolini diceva «Non lasciarti tentare dai campioni dell’infelicità, della mutria cretina, della serietà ignorante. Sii allegro. […] T’insegneranno a non splendere. E tu splendi, invece».

Qui per vedere l’intervista completa allo scrittore.

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