Le assaggiatrici: intervista a Rosella Postorino

Creato da federica il 13/02/2018

 

Il mio corpo aveva assorbito il cibo del Führer, il cibo del Führer mi circolava nel sangue.

Hitler era salvo. Io avevo di nuovo fame.

 

 

Fino a dove è lecito spingersi per sopravvivere? A cosa affidarsi, a chi, se il boccone che ti nutre potrebbe ucciderti, se colui che ha deciso di sacrificarti ti sta nello stesso tempo salvando?
La prima volta che entra nella stanza in cui consumerà i prossimi pasti, Rosa Sauer è affamata. “Da anni avevamo fame e paura,” dice. Con lei ci sono altre nove donne di Gross-Partsch, un villaggio vicino alla Tana del Lupo, il quartier generale di Hitler nascosto nella foresta. È l’autunno del ’43, Rosa è appena arrivata da Berlino per sfuggire ai bombardamenti ed è ospite dei suoceri mentre Gregor, suo marito, combatte sul fronte russo. Quando le SS ordinano: “Mangiate”, davanti al piatto traboccante è la fame ad avere la meglio; subito dopo, però, prevale la paura: le assaggiatrici devono restare un’ora sotto osservazione, affinché le guardie si accertino che il cibo da servire al Führer non sia avvelenato.
Nell’ambiente chiuso della mensa forzata, fra le giovani donne s’intrecciano alleanze, amicizie e rivalità sotterranee. Per le altre Rosa è la straniera: le è difficile ottenere benevolenza, eppure si sorprende a cercarla. Specialmente con Elfriede, la ragazza che si mostra più ostile, la più carismatica. Poi, nella primavera del ’44, in caserma arriva il tenente Ziegler e instaura un clima di terrore. Mentre su tutti – come una sorta di divinità che non compare mai – incombe il Führer, fra Ziegler e Rosa si crea un legame inaudito.
Rosella Postorino non teme di addentrarsi nell’ambiguità delle pulsioni e delle relazioni umane, per chiedersi che cosa significhi essere, e rimanere, umani. Ispirandosi alla storia vera di Margot Wölk (assaggiatrice di Hitler nella caserma di Krausendorf), racconta la vicenda eccezionale di una donna in trappola, fragile di fronte alla violenza della Storia, forte dei desideri della giovinezza. Come lei, i lettori si trovano in bilico sul crinale della collusione con il Male, della colpa accidentale, protratta per l’istinto – spesso antieroico – di sopravvivere. Di sentirsi, nonostante tutto, ancora vivi.

Le assaggiatrici di Rosella Postorino (Feltrinelli) è uno spaccato vivo, denso e onesto di una parte rimasta nascosta, per tanto e troppo tempo, della Seconda Guerra Mondiale, del Nazismo e del Führer. Hitler aveva manie o ossessioni e da qui l’assunzione di collaboratrici che assaggiassero tutto il suo cibo assicurandosi che non fosse avvelenato dal Nemico. Sono tornate alla luce le assaggiatrici, ovvero quelle donne che mettevano il corpo al servizio del Nazismo e di Hitler. Il loro corpo era allo stesso tempo privilegiato (potevano mangiare in tempo di guerra) ma allo stesso tempo sempre in pericolo. La Postorino mette una lente d’ingrandimento su una figura storica nascosta ma estremamente interessante. Le assaggiatrici, una storia unica.

Abbiamo raggiunto la scrittrice e giornalista Rosella Postorino per farle qualche domanda sul romanzo.

 

 

La storia è ispirata all’esperienza vera di Margot Wölk: perché questa storia ti ha trasmesso l’urgenza di scriverne un romanzo?
Perché l’esperienza di Margot Wölk si può inserire in quella zona grigia di persone oppresse da un potere coercitivo, vittimizzate, e tuttavia colluse con esso fino a diventare colpevoli. È la vicenda di una persona comune, una persona come tante, che si trova suo malgrado a lavorare per il Male assoluto: non una fanatica, non una nazista, a quanto dice, ma una che per scappare dalle bombe di Berlino va a rifugiarsi dai suoceri in Prussia Orientale e a una settimana dal suo arrivo viene reclutata dalle SS per assaggiare del cibo buonissimo, che la salva dalla fame, ma che potrebbe essere avvelenato, e dunque ucciderla. Il suo rifugio si trasforma in una trappola. Mi è parsa la storia di come nella vita non sempre ci sia scelta, di come in certi periodi non scegliere rappresenti comunque una scelta, di come l’unica cosa che si può tentare di fare è sopravvivere, pagandone però il prezzo, a volte carissimo, a volte per sempre.

La tua protagonista non è Margot ma Rosa Sauer. Come hai fatto a distanziarti dall’idea di Margot per costruire questo tuo nuovo personaggio?
Ho metabolizzato in un tempo molto lungo la vicenda di Margot Wölk. Ho letto di lei a settembre del 2014, l’ho cercata per mesi, poi l’ho trovata, ma è morta prima che potessi incontrarla, ho soffocato a stento la delusione del mancato incontro, chiedendomi che cosa avrei dovuto fare a quel punto, pensando che non avrei potuto scrivere di lei senza averle parlato e che non avrei anzi potuto scrivere nulla. Invece quella vicenda si era già sedimentata dentro di me, che avevo iniziato a leggere e rileggere di quel periodo storico da quando avevo incrociato l’articolo che la riguardava, che ero andata sulle sue tracce, in Polonia nella Wolfsschanze, a Berlino nel quartiere in cui era cresciuta e poi tornata nell’autunno del ‘44, perché la domanda che la sua esperienza poneva mi chiamava in causa. Io volevo parlare di Margot Wölk per capire che cosa succede a una persona qualunque schiacciata da una macchina totalitaria, volevo capire che cosa sarebbe successo a me, se fossi stata al suo posto. Così ho dato alla protagonista il mio nome e ho cominciato a scoprire la sua storia sedendomi davanti al computer e provando a costruire un romanzo che contenesse tutte le mie domande, che mettesse in scena, attraverso la narrazione, tutte le questioni che mi premevano. Poi, come sempre accade quando si scrive, è la pagina che hai appena finito a determinare necessariamente la successiva. Il modo in cui si compone un romanzo, grazie a un lavoro che dura anni, al termine di quel lavoro resta ai miei occhi comunque un mistero. La bellezza della scrittura per me è proprio in questo.

Nel romanzo c’è un legame fortissimo cibo – corpo che accompagna il lettore per tutta la storia: cibo – corpo e in parallelo piacere – violenza. Sono temi, in altre declinazioni, comunque di estrema attualità per le donne, non trova?
Credo che lo siano per tutti gli esseri umani, non solo per le donne. E credo che non siano solo di attualità, ma che raccontino una condizione insita all’esistenza stessa. Perciò mi interessano. Nessun gesto è mai puro, nessuna scelta è limpida, semplicemente perché si nasce senza averlo chiesto, e in tal senso la vita stessa è una gabbia. Nella mensa forzata le assaggiatrici rischiano ogni giorno di morire – ma non più di chiunque sia vivo, ammette Rosa. Le donne stringono amicizia, si legano anche profondamente, si tradiscono, si nascondono segreti, cercano ciascuna di salvarsi la pelle, anche a scapito delle altre, si innamorano, ridono di sciocchezze, proteggono i figli, sognano di averne, aspettano, provano nonostante tutto a credere in un futuro, temono la morte e, a volte, la desiderano, come accade nella vita di chiunque. L’istinto di sopravvivenza è la loro maggiore risorsa, ma anche la loro condanna. Essere al mondo significa scontrarsi con la contraddizione. E la dialettica del cibo che nutre ma può uccidere, del privilegio che schiavizza, della coercizione che per certi versi però salva (dalle bombe e dalla fame, per esempio), e dell’amore che può nascere in qualunque condizione, nel bisogno, nella meschinità, nella colpa, e a cui tuttavia non puoi togliere la dignità di un sentimento che tiene in vita in mezzo alla tragedia, mi sembrava adatta a raccontarlo.

Mi sono stupita delle assaggiatrici. Mi ha colpito moltissimo questa figura, mi sono immedesimata leggendo il romanzo (con mia grande emozione e paura) nella loro esperienza. Perché secondo lei delle assaggiatrici di Hitler se ne è sempre parlato poco?
Dopo la guerra, Margot Wölk aveva mantenuto il segreto sul suo lavoro di assaggiatrice, per tutta la vita, fino al momento in cui non aveva deciso di raccontarlo ai giornalisti, come se avesse sentito che presto se ne sarebbe andata e avesse bisogno di confessarlo prima di morire. Ho pensato che nel suo silenzio ci fossero vergogna, colpa, e tanta paura. Voglia di dimenticare e impossibilità di farlo. Nel romanzo cito una frase del bellissimo Trama d’infanzia di Christa Wolf, la faccio ricordare a Rosa: “non c’è un posto dove si sia abissalmente taciuto come nelle famiglie tedesche”. Ecco, mi interessava anche l’aspetto della rimozione. Margot Wölk disse pure che non aveva più incontrato nessuna delle sue compagne, finita la guerra, e che aveva saputo che erano tutte morte dopo l’arrivo dei russi. Non so se fosse vero, ma in ogni caso il ruolo delle assaggiatrici non era un ruolo da eroi. Come dice Rosa: “Le donne non muoiono da eroi”. Forse è per questo che nessuno ha mai saputo di loro.


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