“Cronaca di lei”: intervista a Alessandro Mari

Creato da federica il 10/09/2017

Alla fine si alza e lo bacia. Adesso sembrano quasi avere gli stessi anni,

entrambi più vecchi della loro età – lui usurato dal corpo della vita, lei anche.

ti amo anche se fai schifo, dice la ragazza. tu sei capace di amarmi anche se faccio schifo?

 

 

Lei, la ragazza, è un’aspirante modella che si guadagna da vivere come può. Lui, Milo One Way Montero, è un pugile che conosce una sola direzione, andare avanti, e che andando avanti ha conquistato il titolo di campione del mondo. I due si incontrano, si annusano, si perdono. Quando si ritrovano, lui porta sulle spalle il peso di una bruciante sconfitta e di un’operazione all’occhio che lo ha reso più fragile; lei sembra pronta a farsi custode di quest’inedita fragilità. Parlano la stessa lingua, una lingua fatta di corpi che si intrecciano, di frasi scarne, ma soprattutto di gesti: lei copre con la mano l’occhio di lui, lui fa altrettanto con quello di lei. “Mi vedi?” si chiedono. E finché continuano a vedersi – malgrado le paure di lui, malgrado l’inafferrabilità di lei – il resto è solo rumore di fondo.
Ma quel rumore c’è, e interferisce. C’è la provincia post-industriale italiana che Milo si è lasciato alle spalle. C’è il grande ritorno sul ring da preparare con il sostegno di un intero clan. E c’è Irene, la sorella di Milo, che gestisce l’impero economico nato attorno al brand One Way, ed è pronta ad andare contro chiunque minacci di ostacolarla o anche soltanto di intromettersi.
A osservare il clan Montero, Leo Ruffo, giovane scrittore ingaggiato da Irene per raccontare la vita del campione. E il biografo allora diventa confidente, testimone di quanto accade dentro e fuori dal ring. Ma da che parte stare? Da quella di Irene, disposta a tutto pur di tenersi stretti la ricchezza e i privilegi faticosamente conquistati? O da quella della ragazza, che adesso cerca redenzione e giustizia attraverso la vendetta?
Alessandro Mari scrive con commovente nettezza una storia spietata e poetica che riverbera le luci del ring, ma che di fatto si consuma nell’ombra poco oltre la scena. Una favola nera sulla lotta tra purezza e compromessi dell’anima.

Alessandro Mari firma un romanzo in cui amore, sport, vita, violenza si intrecciano in maniera armoniosa. Lo scrittore riesce nel delicato compito di presentare al lettore una storia cruda e “nuda” ma filtrata grazie a personaggi e situazioni: un gioco di luci e di ombre condotto da un’abile penna. “Cronaca di lei” è un romanzo che ti scuote in modo indiscutibile dal torpore a cui ormai ci siamo troppo spesso abituati. Ci fa riscoprire emozioni sopite, chiede un coinvolgimento molto spesso rifiutato per paura. Ma la bellezza è proprio questa energia che circola nella storia: tutti i personaggi sono veri, di una verità disarmante, una verità forte come un pugno. E questa onestà attira e pietrifica il lettore. Un romanzo che che non lascia indifferente e ti incolla alla Parola. Quella che ha un senso.

Abbiamo incontrato Alessandro in un pomeriggio di fine estate e ci ha raccontato, con grande disponibilità, tante sfumature del suo romanzo.

 

 

 

C’è qualcosa di te nella storia o nei personaggi che hai sviluppato?

Può essere che ci siano dentro delle cose mie, ma onestamente non ne ho idea. So cosa fa nella vita, ma nella pratica non ho idea di come funzioni il fatto di seguire uno sportivo per scriverne la biografia, che può diventare un capolavoro come quella di Agassi, scritta da un premio Pulitzer, ma di sicuro richiede un lavoro immenso. Agassi del resto è uno che adora raccontarsi, basta guardare le sue interviste. È difficile riuscire a farsi raccontare la vita di un altro, soprattutto i momenti delicati. Milo è uno che ha subito dei danni fisici, è stato operato a un occhio, e questo incide profondamente su di lui. Inizia ad avere paura dei colpi che riceve dalla vita. Leo Ruffo deve fare la sua consacrazione, perché il clan di Milo è convinto della sua imminente vittoria. Ruffo diventa testimone di quello che deve raccontare. In generale la letteratura ha a che fare con la testimonianza. E poi c’è lei, la ragazza senza nome, un personaggio misterioso. Viene ingaggiata per fare pubblicità al business delle palestre in cui Milo si è cacciato con la sua famiglia e diventa un punto fondamentale nella vita del pugile. In un momento in cui i lettori vengono scaraventati all’interno delle storie e messi davanti a dei fatti ben definiti, in questo caso ci troviamo di fronte a una storia che contiene molti punti oscuri, in cui il lettore è lasciato libero di immaginare il non detto, per porsi delle domande.

Come mai il titolo “Cronaca di lei”?

E’ Lei la ragione per cui il libro si chiama “cronaca”: io racconto il personaggio vedendolo agire, muoversi sulla scena, per due ragioni. In questo momento di infinita trasparenza e sovraesposizione a livello quasi pornografico, io trovo molto affascinante l’opacità, non solo dei corpi ma anche dei pensieri:scoprire una figura di donna solo dai suoi movimenti e dalle poche parole che dice mi affascina. Come se in questo momento incrociassi lo sguardo di uno di voi e cercassi di scoprire i suoi pensieri senza che lui mi dica nulla. Trovo meraviglioso provare a immaginarmi nei panni altrui, anche se può sembrare una cosa idiota. Il romanzo vuole che si desuma il personaggio vedendolo muoversi. Essendo una storia violenta diventa anche difficile seguire questo personaggio, che deve anche prendere delle decisioni difficili e non avendo accesso ai suoi pensieri questo è difficile. La seconda ragione è che il pugile è un uomo che deve combattere nudo, utilizzando il proprio corpo come fenomeno sportivo: la distinzione tra sport e spettacolo è ormai molto sottile. Anche la ragazza lavora con il corpo, visto che ha iniziato come modella. Da uomo, ho trovato affascinante l’idea di dare densità, tridimensionalità alla ragazza facendola agire, facendola muovere nello spazio. In questo senso, il titolo è nato quasi subito, mentre scrivevo una parte del romanzo attorno a cui ho poi costruito tutto il resto. Sapevo da subito che doveva essere il racconto di come questa ragazza si manifestava più con le azioni che con le parole.

Nel romanzo si percepisce una forte dicotomia: da un parte c’è un parte molto “fisica”, con cui i personaggi comunicano, dall’altro uno stile con molti dialoghi e Parole. Ci puoi spiegare?

Come faccio a raccontare una persona se non dico cosa pensa questa persona? Paradossalmente nel romanzo i corpi dicono cose che le parole non possono dire. La mia fatica è stata quella di far comunicare alcune cose dai corpi e altre dai dialoghi. Milo e la ragazza, ad esempio, parlano pochissimo pur essendo la storia d’amore del romanzo. Il loro rapporto è molto sessuale ma il loro dialogo non è fatto solo di accoppiamento ma anche di come stanno uno accanto all’altro. Lei non ha mai partecipato a un incontro di boxe eppure sa sempre dove collocarsi vicino a lui, Avete presente quelle persone che sembrano sempre sapere esattamente dove stare in ogni circostanza? È formidabile capire come possiamo prendere il nostro posto anche in una storia d’amore. Le parole tentano di supplire nei punti più complicati, soprattutto per quanto riguarda il ruolo di Ruffo o di Irene, la sorella di Milo, che è un po’ la sua anima nera. In realtà io capisco di aver fatto delle scelte sono scrivendo, non prima. Le mie sono spesso reazioni istintive, non meditate a priori.

In un romanzo molto duro Ruffo ha avuto la funzione di “smorzare” un po’ la violenza?

Ruffo è servito essenzialmente per smorzare un po’ i toni del racconto, che in realtà è molto duro. Non potevo prendere costantemente a pugni il lettore, è come una mano che metto ogni tanto sulla spalla del lettore.La parte di Ruffo l’ho anche aumentata in sede di revisione. E’ un po’ il collegamento tra la storia e il lettore.

Il tema del “vedere” è un punto centrale del tuo romanzo. Vedersi o non vedersi è una metafora della vita?

Il tema del vedere è fondamentale perché Milo sa di essere chi è ma quando vede meglio i colpi ne ha più paura. Il gioco del “ti vedo mi vedi” funziona come forma di riconoscimento tra lui e lei. L’esito di una buona alleanza sentimentale tra due persone: si accorciano le distanze tra loro, anche se poi le circostanze della storia li possono allontanare di nuovo.

 Scrittura e sport. Che tipo di allenamento è servito per scrivere il romanzo e quali sono state le più grandi sfide da sostenere?

Ci vedo moltissimo la similitudine, soprattutto riguardo agli sport individuali. Sei un  atleta che deve affrontare un’esibizione di fronte a un pubblico, passi ore e ore a scrivere completamente da solo, poi hai il tuo clan – lo scrittore amico, la moglie, l’editor- che ti sostiene e poi hai il momento pubblico in cui devi esporti. Lo affronti con la disciplina. Il talento sportivo e artistico conta per un venti per cento, il resto lo fa la disciplina che ti fa capire se vale la pena o no rinunciare a fare altre cose, a vedere le persone, per chiuderti a scrivere.

 

 

 

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