Incontriamo Marco Missiroli in occasione della ristampa per Feltrinelli del suo romanzo d’esordio Senza coda che ha vinto il Premio Campiello Opera Prima nel 2006.

 

 

 

 

Brevemente la trama del romanzo di Marco Missiroli.

“Fra tre giorni ci vai da Carmine, a papà?”. Una frase, solo una frase, e nel cuore di Pietro ricomincia a pulsare un’attesa carica di angoscia segreta. La sua normale vita di bambino, fatta di caccia alle lucertole assieme all’amico Luigi e viaggi fantasticati sull’antica macchina di papà, si interrompe di colpo. La legge del padre si fa pulsante e minacciosa: porta i segni di una violenza in grado di segnare pesantemente il corpo di sua mamma e talvolta anche il suo. Loro devono soltanto obbedire. E così Pietro si trova a dover portare una busta sigillata a Carmine, un amico del padre “dal volto bucato”, un poco di buono diremmo noi. Ma Pietro è solo un bambino, sa solo d’istinto che quella persona lì non è una bella persona, ed è una verità che gli sale dalla pancia, ingovernabile. Ma perché suo papà non gliela porta lui direttamente quella busta all’amico? Il mondo dell’infanzia innocente si scontra con un mondo di adulti, governato da una logica di guerra. E Pietro aprirà proprio quella busta…

 

Lo scrittore Marco Missiroli, giornalista per una rivista di psicologia ed insegnante alla Scuola di scrittura Holden, è reduce dal grande successo di Atti osceni in luogo privato, arriva a Milano al Palazzo Feltrinelli, all’incontro con i blogger, e chiede di poter parlare per primo ha alcune cose da dire e da chiarire prima di rispondere alle domande. Ne esce uno strepitoso monologo – come pochi sanno fare –  sulla scrittura, la lettura, sui desideri, limiti, errori, ricordi, confidenze. “Ero stato fulminato da “Io non ho paura”, libro che ha riparato il mio trauma da lettore perché leggevo poco e per dovere. Mi ha curato perché mi ha fatto capire che la lettura può essere leggera. Quando intervistai Ammaniti mi disse che l’idea nacque guardando i campi di grano in Lucania guidando in macchina. Ma non è stata questa l’idea geniale, in realtà ce n’è un’altra alla base del libro che io chiamo il “twist”: quando lo riconosco a me si alza l’alluce del piede destro, è un riflesso incondizionato. Grandi twist li hanno per intenderci King o Shyamalan (il regista de “Il sesto senso”). Non può costruire una carriera sui twist ma puoi creare un buon aperitivo che ingolosisca. Un twist buono con il primo libro facilita la scrittura del secondo. Il mio twist con questo romanzo l’ho avuto con la famigerata busta“. Quello che Missiroli chiama twist è una forza che genera poi un romanzo: “Nel momento in cui si genera devi cavalcare l’idea immediatamente e scrivere. Se perde forza e perdi tempo svanisce tutto“.

 

 

Ma tutto è iniziato con uno scrittore che ancora non aveva nulla per essere definito tale: “Lavoravo in edicola in estate, andavo al mare, non dissi a nessuno che stavo scrivendo. L’ho presento ai miei genitori una volta terminato e rilegato con i miei pochissimi risparmi. Eravamo in cucina e mio padre commentò dicendo “Dove l’hai copiato”?. Lo presentai a dieci editori ma lo rifiutarono in tanti. Il libro era acerbo ma nel 2004 finalmente qualcuno si interesso’. La Fanucci mi affidò a Chiara Belliti (aveva seguito anche “Io non ho paura”, la casualità……) che era un  editor straordinario. Me lo fecero riscrivere in un anno e mezzo“. Il percorso fatto con la Belliti fu innanzitutto per Marco un motivo di crescita: “Ho lavorato molto sulle prime trenta pagine con giochi di allusioni, dico e non dico. Ora sono cambiato molto. Ciò che deve essere detto lo esplicito e basta, credo faccia parte della maturità. Questo libro ha impostato una schema e una rigidità che con gli anni si è sciolta“. Anni dopo lui ed Ammaniti sono diventati amici e si lascia andare ad una riflessione sugli scrittori: “Si dividono in due fazioni: chi ha una forza propulsiva e chi va a ricercare il candore della scrittore. Io sto nel mezzo. Mi piacerebbe scrivere come Haruf“. E si riaggancia al suo famoso pezzo su La Lettura (di questa estate 2016)  ”Caro editore rifiutami“: “Passerà un bel po’di tempo al prossimo romanzo, quello dopo Atti osceni. Quando un libro deve venire, viene. Ma ci vuole una gestazione. “Atti osceni” è ancora lì, che rompe ancora. Quindi non sono ancora pronto per rimettermi a scrivere o quanto meno di non avere una ispirazione forzata“. Quanto è contento dei suo libri?: “Di “Senza coda moltissimo”,”Atti osceni” moltissimo, “Bianco” moltissimo e ben bilanciato. Meno de “Il bue addosso” che a mio parere è claustrofobico ed è uscito, per colpa mia, troppo presto. Ma ogni libro ha la sua funzione ed infatti questa esperienza mi ridimensionò“.  E sul ritmo degli scrittori: “Ognuno ha il suo. Diffido di chi scrive spessissimo, mi fido di più degli scrittori che escono con anni di distanza. Tranne Roth che deve scrivere molto più spesso (ride). Io sono tarato sui tre – quattro anni. E una scelta controcorrente ma bisogna aver coraggio per sparire. E’ una autocensura necessaria“.   E se dovessi scrivere un libro adesso? “Lo farei ancora sul sesso, per questo voglio aspettare un paio di anni: se resiste vuol dire che ha un senso, se cade vuol dire che fa parte ancora della scia di “Atti osceni” e che va fatta decantare“. Sul coinvolgimento del lavoro di scrittore: “Quando sto scrivendo mi rapisce totalmente, anche quando sono in coda all’Esselunga. In questo momento è un problema per il sistema neurofisiologico e per le relazioni sociali. E’ un’ossessione. Una volta concluso basta, non lo rileggo neanche“.

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