Barcellona, fine anni ’50. Daniel Sempere non è più il ragazzino che abbiamo conosciuto tra i cunicoli del Cimitero dei Libri Dimenticati, alla scoperta del volume che gli avrebbe cambiato la vita. Il mistero della morte di sua madre Isabella ha aperto una voragine nella sua anima, un abisso dal quale la moglie Bea e il fedele amico Fermín stanno cercando di salvarlo.Proprio quando Daniel crede di essere arrivato a un passo dalla soluzione dell’enigma, un complotto ancora più oscuro e misterioso di quello che avrebbe potuto immaginare si estende fino a lui dalle viscere del Regime.È in quel momento che fa la sua comparsa Alicia Gris, un’anima emersa dalle ombre della guerra, per condurre Daniel al cuore delle tenebre e aiutarlo a svelare la storia segreta della sua famiglia, anche se il prezzo da pagare sarà altissimo.

Intrighi e avventure tra le stradine lugubri avvolte nel mistero di una Barcellona sempre sul filo tra reale e onirico maledetto. Il gran finale della saga che celebre egregiamente il mondo dei libri, l’arte di raccontare storie e il legame magico che si stabilisce tra la letteratura e la vita.

Dopo dodici anni dall’uscita di  L’ombra del vento, Carlos Ruiz Zafón torna nelle librerie con un’opera Il labirinto degli spiriti per portare a compimento la serie del Cimitero dei Libri Dimenticati. Lo scrittore, ormai di fama internazionale e con lettori in tutto il mondo, è venuto in Italia per il lancio del suo ultimo libro. Abbiamo avuto l’opportunità di incontrarlo e di intervistarlo.

 

 

 

Come ha trovato ispirato per il Cimitero dei Libri Dimenticati?

Per me, la maggior parte delle storie nascono da un’immagine: in questo caso era la biblioteca misteriosa. Ci ho ragionato, l’ho costruita nella mia mente, ho provato a capire che luogo potesse essere realmente, perché mi interessasse così tanto. Sono arrivato alla conclusione che si trattava di una metafora: non erano solo i libri dimenticati a cui ero interessato, ma anche le idee dimenticate, le persone di cui si è persa traccia nella storia. Si trattava di una riflessione più ampia su cosa ci renda davvero noi stessi e ciò che siamo, e ho pensato che in un certo senso noi siamo ciò che ricordiamo: meno ricordiamo, meno siamo. Sono partito da questo per creare trama, personaggi, ecc.

Barcellona è la città protagonista dei suoi romanzi e la sua città natale: come è il suo rapporto con lei e come la descriverebbe ai lettori?

Barcellona è mia madre. È da dove vengo, sono parte di lei. Ormai vivo da tanti anni a Los Angeles, in America, ma ho fatto di recente quello che prima o poi fanno tutti gli scrittori: tornare a casa, e cercare le proprie radici. Lo desideravo e  volevo, anche, riuscire a descrivere la città in modo efficace nei miei libri, con le sue molteplici identità. In questa storia ho creato un personaggio che viveva in Barcellona: era l’occasione per esplorarla e arrivare alla sua essenza. La Barcellona dei miei romanzi è una città misteriosa, leggendo i lettori hanno l’occasione di conoscere una città diversa da come si sente dire in giro: la mia descrizione va oltre alla scontata patina di allegria e all’atmosfera di vacanza.

L’esperienza della guerra civile ha influenzato la sua storia?

Sono nato nel 1964, durante gli ultimi anni della dittatura franchista ero un bambino, ed era un regime già indebolito. Ciò che però mi ha colpito è stato il silenzio che si è creato intorno alla guerra stessa: nel corso degli anni ho provato a chiedere informazioni su questo periodo ma nessuno si pronunciava. Ho dovuto arrangiarmi, raccogliendo allusioni e commenti spontanei dei miei nonni o di mio padre. Così ho cercato di ricostruire il puzzle della vicenda. Avevo un’unica certezza: era successo qualcosa di brutto e se nessuno voleva parlarne. E ancora oggi camminando per Barcellona si avverte che è una città segnata da un evento terribile.

A proposito dei personaggi della saga, nel primo libro incontriamo Daniel da bambino e lo salutiamo nell’ultimo romanzo ormai adulto. Quale momento della vita di questo personaggio è stato più affascinante da narrare?

E’ stata interessante appunto l’evoluzione di Daniel, era proprio questo che volevo fare, vedere la sua crescita per capire realmente la persona. Ovviamente su di lui hanno influito anche le scelte, cosa è successo, ecc.  In un certo senso L’ombra del vento è stato un romanzo di formazione: inizia la storia che Daniel è solo un bambino e  ha perso la madre, e poi lo vediamo imbarcarsi nella ricerca spasmodica di questo autore dimenticato, come se sperasse di recuperare anche la sua, di memoria – di quel volto femminile, della madre, che non riesce a ricordare…Per me la sua evoluzione è stata molto interessante perché ho avuto la possibilità di rivedere le situazioni nei diversi romanzi visti da occhi diversi, prima da un bambino, poi da un ragazzo e infine da un adulto.

Sempre riguardo ai personaggi ci può descrivere  Fermín? 

Fermín è una parte di me. È nei miei pensieri sin da quando ero un ragazzo, l’idea ha preso corpo a tal punto che ho voluto farne un personaggio vero e proprio, un omaggio alla tradizione picaresca presente nella letteratura spagnola. C’è una parte di lui che è difficile da scrivere, quella divertente. Fermín deve sempre essere buffo, ed è difficile esserlo in tutte le situazioni: capita spesso che vuoi esserlo e non ci riesci ed il risultato è orribile, ad esempio. Anche nella vita è così e quando succede si fa una figura orrenda. Fermín è la bussola morale del racconto: quando tutti perdono la rotta lui rimette tutti sulla giusta strada. Lui però non perde mai l’orientamento o la motivazione, anzi.  Il suo ruolo è anche quello del folle, l’unico a cui è concesso dire la verità proprio perché pazzo e per questo considerato non considerato attendibile.

Dalla pubblicazione de L’ombra del vento - il primo libro della serie - sono passati dodici anni: quanto è cambiata, se è cambiata, l’idea che aveva in origine della trama?

Non è cambiata granché anche se sono stato sempre consapevole che nel corso degli anni cambiando io sarebbero cambiati i miei pensieri e di conseguenza la mia scrittura. Sapevo che nel corso degli anni, per esempio, un personaggio avrebbe potuto rivelarsi più importante di un altro, o una scena avrebbe potuto rivelarsi migliore se scritta in modo diverso. Quindi ho pianificato ma sempre restando flessibile. Affrontando un lavoro così, l’importante è comunque avere una solida struttura di partenza, ben chiara in mente, in modo da essere poi in grado di essere flessibile là dove serve.

In ultimo, che legame c’è tra letteratura e vita?

Attraverso il racconto trasmettiamo tutto il nostro sapere , ed è così che comunichiamo tra noi: raccontandoci. Anche il pensiero matematico, o la musica, sono strutturati in questo modo. nella nostra evoluzione, ad un certo punto abbiamo iniziato a sviluppare l’ arte del narrare, come la pittura o la musica. Per me raccontare storie è un vero è proprio stile di vita: le ho sempre raccontate, le ho sempre ascoltate e ho sempre ragionato su come fossero costruite e sviluppate. Le storie – ascoltate, lette o raccontate – ci permettono di vivere avventure che mai potremmo vivere nella realtà di ogni giorno, di imparare qualcosa sul mondo o anche su noi stessi.

 

 

 

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